La lezione francese: i sovranisti non possono fare a meno delle “elite”

Si dice che le sconfitte siano salutari. A patto, ovviamente, che chi le subisce faccia tesoro dei loro insegnamenti. Solo così – ironizzava Oscar Wilde – riusciamo a trovare il coraggio di definire esperienze quelli che altrimenti sarebbero solo i nostri errori. E da quella patita da Marine Le Pen al ballottaggio delle presidenziali francesi i sovranisti europei, e non solo quelli francesi, dovrebbero trarre tre elementi. Primo: almeno in Europa, il nodo del rapporto tra politica ed elite non è aggirabile; secondo: la strada dello scontro frontale con l‘elite non paga; terzo: nessuna forza politica, realmente di governo, può prescindere dalle competenze. L‘elite non è una chimera ideologica o un’astrazione intellettualistica da cui prendere le distanze. È piuttosto una certezza sociologica. Le elite o, se si preferisce, gli establishment non sono un’invenzione della modernità. Sono sempre esistiti per il semplice fatto che non se ne può fare a meno. Dopo la caduta dell’impero romano, persino i barbari ne ebbero bisogno per governare. Per Wilfredo Pareto sono gli individui più capaci in ogni ramo dell’attività umana. I competenti, diremmo noi. Oggi, una semplificazione grossolana pretende di farne il male assoluto attribuendo loro i disastri della globalizzazione e la crisi degli Stati nazionali. Ma è una caricatura. Il problema, infatti, non è l’elite ma il primato sulla politica di poteri irresponsabili come mercati, banche, fondazioni e agenzie di rating. Non a caso qualcuno ha definito questa nostra epoca come post-democrazia. In compenso, chi vi si oppone è populista. Un termine spesso lanciato come un insulto. In realtà, è una constatazione. Populista è infatti chi “possiede” come unica arma politica il popolo. Esattamente come proletari venivano definiti coloro che disponevano della prole come unica ricchezza. Il grave limite dei populisti non consiste tanto nell’appellarsi al popolo quanto nel considerarlo come uno specchio nel quale riflettersi. Se provassero infatti anche a guidarlo, si renderebbero conto dell’importanza delle elite, oggi invece del tutto inutili ai loro occhi. In poche parole, au nome du peuple si può certamente combattere una battaglia, ma per vincerla occorre essere dotati anche di solide competenze impegnate nella difesa di interessi nazionali e popolari. È questa la lezione che ci arriva dalla sfida per l’Eliseo. In tal senso, l’annuncio di una svolta politica da parte di Marine Le Pen rappresenta di certo una novità rilevante. Ma solo dalle sue prossime scelte sarà possibile capire se la sconfitta di domenica le sarà stata di esperienza o continuerà a pesarle come un errore.