Moro, in campo anche Arafat e i palestinesi. Chi bloccò la trattativa?

Scese in campo anche Yasser Arafat, l’allora presidente dell’Olp, l’Organizzazione per la liberazione della Palestina, per tentare di convincere i brigatisti a rilasciare il leader Dc, Aldo Moro. Ma l’impegno e la trattativa che ne conseguì, a un certo punto, incomprensibilmente, si arenò. E naufragarono, così, i tentativi di strappare Moro vivo dalle mani delle Br.

Sono le conclusioni a cui sono giunti i componenti della Commissione parlamentare di inchiesta sul rapimento e sulla morte di Aldo Moro, alcuni dei quali convinti di essere oramai prossimi a una ricostruzione completa e condivisa. Una domanda, però, resta, ancora, senza risposta: perché quella trattativa naufragò, considerando anche che questo organismo parlamentare ha dimostrato ciò che era già stato anticipato, in tempi non sospetti, da altre Commissioni d’inchiesta e anche dalle indagini giudiziarie: fra palestinesi e brigatisti c’era comunità ideologica e di intenti, scambio di informazioni e di favori ma, soprattutto,  scambi di armi e aiuto logistico.

Sta di fatto che la Commissione è arrivata a un paio di conclusioni decisive raggiunte all’unanimità: ci fu, certamente, una trattativa, per la liberazione di Morotrattativa che vide in campo i palestinesi e che si interruppe improvvisamente. A quella trattativa, come detto, partecipò in prima persona lo stesso Arafat.

Tutto è partito dagli accertamenti sul ruolo dei movimenti palestinesi nella vicenda Moro, sia dal punto di vista del rapporto tra le Brigate rosse e i palestinesi sia da quello sul rapporto tra il governo italiano e la dirigenza palestinese.

Si è iniziato a scavare partendo da un dato certo emerso, in precedenza, proprio durante i lavori della Commissione Mitrokhin negli anni scorsi: il messaggio cifrato che il colonnello Stefano Giovannone, capocentro del Sismi a Beirut, inviò il 17 febbraio 1978 per lanciare un’allerta su una possibile azione terroristica, come segnalatogli da ambienti vicini a George Habbash e al Fronte Popolare per la liberazione della Palestina. Fplp che era legatissimo al terrorista Carlos lo Sciacallo, all’epoca, di attentati, stragi e omicidi in giro per l’Europa con la sua organizzazione terroristica internazionale Separat.

Quel messaggio cifrato svelava, soprattutto, il cosiddetto “Lodo Moro“, cioè l’accordo che lo Stato italiano fece con i palestinesi: gli consentiva di transitare sul territorio italiano con armi ed esplosivi purché non facessero attentati in Italia: «a mie reiterate insistenze per avere maggiori dettagli – scrisse Giovannone nella seconda parte di quel messaggio cruciale – Habbash mi ha assicurato che l’Fplp opererà in attuazione confermati impegni miranti escludere nostro Paese da piani terroristici».

Gli accertamenti successivi rivelano uno stretto e insano rapporto tra le autorità istituzionali italiane e i movimenti palestinesi proprio nel periodo del sequestro, al punto che proprio i palestinesi divennero protagonisti di un tentativo di trattativa per giungere alla liberazione di Moro. Ma qualcosa non andrà per il verso giusto, così come avevano pianificato italiani e palestinesi.

Due, in particolare, sono gli elementi che mettono in allarme la Commissione Moro. Il primo è la partenza, da Beirut per Roma, di Giovannone, all’epoca capocentro del Sismi in Libano, il 24 aprile 1978. Proprio quando le lettere di Moro, che arrivano dalla prigione brigatista richiedevano la presenza a Roma del colonnello Giovannone. E sollecitavano una trattativa tra lo Stato e i brigatisti, richiamando l’esempio della vicenda dei palestinesi che l’Italia fece fuggire dopo l’attentato di Fiumicino del 1973. Una tempistica che la dice già lunga.

Ma c’è un secondo elemento che inquieta e allarma. Questa trattativa, di cui si è scoperto che erano al corrente tanto il ministro della Difesa che il ministro dell’interno dell’epoca, appare, a fine aprile 1978, promettente. Tanto che il rappresentante a Roma di Arafat, Nemer Hammad, chiese un incontro a
Cossiga, ministro dell’Interno, appunto, per rappresentare la disponibilità e l’interesse della dirigenza dell’Organizzazione per la liberazione della Palestina a una sorta di forma di collaborazione permanente tra i servizi di sicurezza palestinesi e quelli italiani.

Ce ne è, insomma, abbastanza per capire che sarebbe dovuto tutto andare a buon fine. Ma la storia ci dice che non andò così.

All’inizio di maggio, mentre erano in corso anche altre trattative per liberare Moro, come quella promossa da Craxi, questa iniziativa palestinese per liberare Moro si bloccò, per ragioni ancora oggi sconosciute. Un blocco che forse spinse lo stesso Arafat a lanciare, il 5 maggio 1978, un pubblico appello per la liberazione di Moro. Probabilmente tutto sta nella spiegazione che ha sempre dato uno dei massimi esperti di queste vicende, l’ex-commissario delle Commissioni Stragi e Mitrokhin, Enzo Fragalà: «l’Italia aveva la moglie americana e l’amante libica». Con tutto quello che ne conseguì. La politica estera del Belpaese insomma, era questa: tenere i piedi in due scarpe, una con i palestinesi, l’altra con gli israeliani. Un doppiogiochismo che ha certamente provocato parecchia irritazione.

Ma che i palestinesi potessero molto nel sequestro Moro e avessero un peso non indifferente e di particolare rilievo nelle decisioni dei brigatisti, lo rivela un’informativa che il Centro Sismi di Beirut trasmise nel giugno 1978, quando ormai Moro era stato uccis.

Secondo tale informativa le Brigate rosse avrebbero trasmesso al Fronte popolare per la liberazione della Palestina alcune parti degli interrogatori subiti da Moro, parti che potevano avere interesse per i movimenti palestinesi.

«Tale notizia confermerebbe, quindi – secondo Federico Fornaro, senatore di Mdpmembro della Commissione presieduta da Beppe Fioroni – un uso politico delle carte e delle dichiarazioni di Moro, dopo la sua morte, a lungo ipotizzato ma fino ad ora mai dimostrato. E confermerebbe pure l’ipotesi
dell’incompletezza del memoriale di Moro ritrovato a Milano in via Montenevoso».