Ci mancava solo il Papa pop: Bergoglio su “Rolling Stone”

Anche ai Papi può capitare di avere un imprimatur. Così è capitato a Papa Bergoglio che ha ricevuto l’imprimatur di star della musica pop, al pari di Madonna o  Lady Gaga, oppure come il nostro Lorenzo Cherubini, in arte Jovanotti. Capita infatti che la copertina del numero di marzo della rivista  Rolling Stone sia dedicata proprio al Pontefice, definito il «Papa pop».

Nulla di strano, a pensarci bene. In fondo, come diceva San Paolo, il «vento dello spirito» soffia dove vuole. E può tranquillamente soffiare anche tra gli appassionati di rock.  Quello che colpisce  è semmai la curiosa confusione di piani che emerge da questo numero della rivista: se il Papa è trattato alla stregua di un divo del rock,  la rivista, a sua volta, reca commenti che sarebbero  propri di una pubblicazione per  vaticanisti.  Del tipo: «Il Papa dice cose di buon senso,  talmente di buon senso  che la sua  solitudine comincia a essere palpabile».

Il rischio, al dunque, non è la profanazione, ma la banalizzazione. Il rischio è di vedere inghiottita la religione (e il suo messaggio) nell’immenso apparato della banalità quotidiana, di cui i testi della musica pop sono spesso alimento potente. 

Non fa “scandalo”, oggi, un Papa su una rivista per rockettari. Farebbe semmai “scandalo” un Papa che tornasse a parlare di inferno e paradiso, di angeli e diavoli, di sacro e profano ben distinti tra loro.

Ma questo è il tempo in cui viviamo. Il tempo in cui il divismo è circondato da una sorta di sacro carisma. E che   spesso produce tracotanza. Come quando, una cinquantina di anni fa, i Beatles (John Lennon per la pecisione), all’apice del loro successo, prunciarono la più grande scemenza del Novecento: la loro popolarità – dissero . aveva superato anche quella di Gesù Cristo.