Ecuador, incertezza alle presidenziali. E Julian Assange rischia di essere cacciato

Ha poco più di 15 milioni abitanti. Ma sull’Ecuador, in questo momento, sono puntati gli occhi dei governi di tutto il mondo. Perché l’esito del primo turno delle elezioni presidenziali – lo spoglio delle schede è in corso in queste ore – può avere ripercussioni a livello mondiale.
Uno dei candidati, l’ultraconservatore Guillermo Lasso che ha raccolto, finora, il 28,55 per cento dei voti, ha infatti promesso che, se sarà eletto, revocherà l’asilo concesso al fondatore di Wikileaks, Julian Assange, e lo caccerà entro 30 giorni dall’ambasciata dell’Ecuador a Londra dove si è rifugiato nel giugno 2012.

La partita sul futuro di Assange ma, soprattutto, sul futuro del Paese sudamericano grande quasi quanto l’Italia, è tutta da giocare. Perché, secondo la legge elettorale dell’Ecuador, un candidato può essere eletto al primo turno con un minimo del 40 per cento dei voti se vi è una distanza di almeno 10 punti dal secondo arrivato. E la situazione, al momento, è incerta e delicata: uno degli exit poll ha dato la vittoria al candidato del governo, Lenin Moreno, ma per averne la conferma bisognerà aspettare i dati definitivi.
Con il 78,8 per cento dei voti scrutinati, il candidato sostenuto dal presidente uscente, Rafael Correa, ha ottenuto il 38, 84 per cento, mentre il suo principale avversario, l’ultraconservatore Guillermo Lasso si attesta al 28,55 per cento.

Per questo, dopo che Moreno aveva già festeggiato con i suoi sostenitori in un albergo di Quito dichiarando che «questa rivoluzione non la ferma nessuno», il presidente del Consiglio Nazionale Elettorale, Juan Pablo Pozo, ha ricordato a tutti che «i risultati sono preliminari» e ha esortato il paese ad aspettare lo scrutinio del 100 per cento dei voti.

Solo allora si potrà sapere se ha vinto Moreno o se bisognerà andare al ballottaggio il 2 aprile 2017. In gioco vi sono due visioni opposte del paese. E, anche, il futuro di Julian Assange.

Moreno, 63 anni, costretto su una sedia a rotelle dopo un attentato nel 1998, rappresenta la continuità con la cosiddetta “rivoluzione cittadina” degli otto anni di governo di sinistra di Correa, di cui è stato vicepresidente fra il 2006 e il 2013. Un governo che ha ridotto la povertà, ma che ora sconta il calo dei prezzi del petrolio e alcuni scandali di corruzione.

Lasso, 61 anni, proprietario di una delle maggiori banche del paese, il Banco de Guayaquil è il fondatore del Creo, il Movimento Creando
Oportunidades  e promette la creazione di un milione di posti di lavoro. Già candidato nel 2013, era stato allora già sconfitto al ballottaggio da Correa.

Alle elezioni si votava, all’epoca, anche per l’elezione dei 137 membri dell’Assemblea nazionale. I candidati alla presidenza erano otto. Terza arrivata l’unica donna, la conservatrice socialcristiana Cynthia Viteri, con il 15,4 per cento, seguita dall’ex-militare Paco Moncayo con il 7,5 per cento. Gli altri candidati Abdala Bucaram, Ivan Espinel, Patricio Zuquilanda e Washington Pesantez hanno avuto risultati inferiori al 4 per cento.