Le mani nelle tasche degli italiani: l’aumento dell’Iva è dietro l’angolo

«No all’aumento dell’Iva che colpirebbe i meno abbienti». A dirlo è Paolo Zabeo coordinatore dell’Ufficio studi della Cgia che esprime parere contrario all’eventuale aumento di un punto percentuale dell’Iva, come richiesto dall’Ue per ridurre il nostro rapporto deficit/Pil dello 0,2 per cento. «Di fronte a una crescita economica ancora molto timida e incerta, l’eventuale aumento dell’Iva -indica Zabeo- condizionerebbe negativamente i consumi interni, e conseguentemente tutta l’economia, penalizzando in particolar modo le famiglie meno abbienti».

I penalizzati dall’aumento dell’Iva

Ad essere penalizzati maggiormenete da un eventuale aumento dell’Iva, «in termini assoluti sarebbero i percettori di redditi più elevati, visto che a una maggiore disponibilità economica si accompagna una più elevata capacità di spesa. La misurazione più corretta, tuttavia, -sottolinea- si ottiene calcolando l’incidenza percentuale dell’aumento dell’Iva sulla retribuzione netta di un capo famiglia. Adottando questa metodologia, l’aggravio più pesante interesserebbe i percettori di redditi bassi e, a parità di reddito, le famiglie più numerose.

I calcoli della Cgia

Con un incremento di un punto di Iva dal 22 al 23 per cento, ad esempio, calcola la Cgia, una famiglia di 4 persone subirebbe un aumento di imposta di circa 100 euro all’anno che, ovviamente, avrebbe delle ripercussioni negative sui consumi interni del paese che costituiscono la componente più importante del nostro Pil. «Con una spesa pubblica annua che include gli interessi pari a 830 miliardi di euro circa, invece di mettere le mani in tasca agli italiani è impensabile ridurla dello 0,4 per cento per recuperare