Hong Kong, migliaia in piazza contro Pechino: vogliono la “exit” dalla Cina (fotogallery)

Anche Hong Kong chiede al sua exit, o meglio, più precisamente vuole la Hkexit dalla Cina. L’occoasione per tornare  a protestare vibaratamente contro il governo centrale di Pechino stavolta si deve alla disputa apertasi nella ex colonia britannica intorno al provocatorio giuramento di due neo deputati indipendentisti che, a detta delle autorità cinesi, rappresenterebbe «una minaccia alla sicurezza nazionale».

Hong Kong, migliaia in piazza contro Pechino

Tutto è ri-cominciato lo scorso 12 ottobre quando alla prima riunione del Parlamentino di Hong Kong, Sixtus Leung e Yau Wai-ching hanno esibito striscioni con la scritta «Hong Kong non è Cina», storpiando a stretto giro il giuramento di rito e ricorrendo a insulti verso la Repubblica popolare cinese. Le proteste pro e contro il gesto dei due non sono tardate ad arrivare e, ancora oggi, stanno di fatto bloccando i lavori del parlamento. Il Congresso nazionale del popolo ha quindi tabilito che Pechino intervenisse contro i fautori dell’indipendenza, riconoscendo e definendo le loro azioni «una minaccia alla sicurezza nazionale». Di contro, invece, secondo gli indipendentisti, la posizione di Pechino mina l’autonomia di Hong Kong e il suo sistema giudiziario. Dunque lo scontro istituzionale tra i due contendenti entra nel vivo, scatenato – in quest’ultima occasione – la reazione di piazza degli “ombrelli” che, nel recente passato, hanno simboleggiato il movimento pro-democrazia del 2014: stavolta, però, sono tornati ad aprirsi dopo che il governo di Pechino ha annunciato il proprio massiccio intervento nella disputa apertasi nella ex-colonia britannica intorno all’iniziativa dei due neo-deputati indipendentisti, scavalcando le corti locali. Per contestare la controversa decisione di Pechino diverse migliaia di manifestanti – molti “armati” di ombrelli gialli – hanno sfilato fino all’ufficio di massima rappresentanza del governo centrale a Hong Kong, l’Ufficio di Collegamento, dove hanno portato avanti un sit in e dove si sono scontrati con la polizia. Nel frattempo, la televisione cinese ha diffuso un comunicato di dura e ferma condanna per i due deputati pro-indipendenza. Parole e accuse inquietanti, dal momento che sono quelle solitamente utilizzate per dissidenti e attivisti tibetani.

Sotto accusa i due parlamentari indipendentisti

Accuse formalizzate,  e anche di più: Leung Chun-ying, il rappresentante (chief executive) di Pechino a Hong Kong, ha detto di voler dar seguito all’interpretazione dell’Art.104 della Basic Law dell’ex colonia data dal Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo sul divieto alla coppia di deputati indipendentisti di prestare un nuovo giuramento ed entrare nel “parlamentino”. Sixtus Leung e Yau Wai-ching, rispettivamente di 30 e 25 anni, ed espressione del gruppo localist Youngspiration, non potranno rimediare all’annullamento del primo giuramento del presidente del Consiglio legislativo dopo che i due sono andati in aula con un drappo con la scritta «Hong Kong non è Cina», storpiando le parole della formula con insulti alla Repubblica popolare cinese. Leung ha spiegato che i due hanno «deliberatamente violato il giuramento e i suoi contenuti. Hanno insultato Paese e popolo cinese con parole e azioni e la richiesta di indipendenza di Hong Kong. La loro condotta ha causato una indignazione diffusa». L’interpretazione di Pechino «ha chiarito che ogni giuramento fatto in modo non solenne e sincero è considerato un rifiuto del giuramento e che in tal modo non è valido». Dunque, a giuramento invalidato la protesta ha immediatamente invaso la piazza: e domenica a Hong Kong, già in vista dell’intromissione istituzionale, in migliaia hanno sfilato per protesta, con presidi registrati anche oggi, malgrado gli scontri con la polizia e sempre in considerazione del fatto che il Comitato permanente dell’Assemblea nazionale del popolo, l’organo legislativo cinese, ha approvato la revisione aprendo alla possibilità che la coppia possa essere privata dei seggi nel Consiglio legislativo, il cosiddetto “parlamentino”, appunto, eletto a suffragio universale. La corte di Hong Kong si riunirà in settimana per decidere se accettare che Sixtus Leung e Yau Wai-ching, rispettivamente di 30 e 25 anni ed espressione del gruppo localist Youngspiration, possano ripetere il giuramento dopo l’annullamento del primo deciso dal presidente dell’Assemblea. E la protesta di piazza torna a montare: in migliaia, molti armati dei caratteristici ombrelli gialli, si sono radunati per le strade per denunciare l’erosione dell’autonomia di Hong Kong sotto sovranità pechinese.

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong

Protesta di piazza a Hong Kong