In fuga dall’inferno dell’Isis: 500 dollari la taglia per la vita imposta dai jihadisti

Nel nord dell’Iraq all’orrore di Mosul si unisce quello di Hawija, roccaforte dell’Isis a 140 chilometri a sud di Erbil. In quella che un tempo veniva chiamata la “Falluja del nord”, teatro di sanguinosi scontri con le truppe americane e delle rivolte qaediste contro il governo di Baghdad, sono intrappolati migliaia di civili. Chi è riuscito a fuggire – come riporta un dettagliato servizio dell’Ansa – ha dovuto pagare una “taglia per la vita” ai jihadisti dell’Isis – divisi in fazioni tra chi accetta soldi e chi ti taglia la gola se li offri –: 300 dollari per gli uomini, 500 per le donne. I bambini no. Loro sono tenuti in ostaggio, costretti a frequentare le scuole del Califfo al Baghdadi per diventare soldati. I “leoncini”, li chiamano. Due mesi fa oltre 100 civili sono stati messi a morte. Le accuse sempre le stesse, essere spie o non rispettare le regole imposte dai jihadisti. Chi non ha i soldi è costretto a chiudersi in casa.

L’Isis, il terrore, la taglia

«Se ti trovano ti uccidono», raccontano tanti ragazzi poco più che diciottenni con l’orrore ancora negli occhi. «Ci hanno chiesto di arruolarci, abbiamo detto no ma poi ci siamo dovuti nascondere», spiega nel campo profughi di Dibaga, dove l’Ong della Fondazione Barzani gestisce la struttura. In tutto ci sono oltre 30.000 profughi. «Da un mese c’è solo pane da mangiare, e da bere l’acqua del fiume». Un altro racconta che lui è scappato a nuoto. «Ho attraversato quattro fiumi. Eravamo tanti, centinaia». Almeno 700 secondo i volontari del campo. È arrivato due settimane fa, ora teme per la sua famiglia che non ce l’ha fatta. «L’acqua è alta, molte donne e bambini sono dovuti restare». I giovani sono radunati nella moschea, insieme agli altri uomini. Chiedono di non essere mostrati in viso. Non vogliono dare nomi e per raccontare le loro tragiche avventure hanno bisogno di essere sicuri che non verranno identificati. Nella scuola sono invece radunate donne e bambini: le condizioni del campo, per ragioni di sicurezza, sono di tenerli separati dagli uomini. Due giovani ragazze sono arrivate da poco. Hanno camminato per 13 ore a piedi, verso un checkpoint dei Peshmerga, l’ultimo sul fronte di Hawija, da dove i rifugiati vengono mandati al campo. Una ha gli occhi di un verde intenso: «Se quelli dell’Isis mi avessero visto la faccia mi avrebbero tagliato la gola». Lei, come la sua amica, ha ancora lo smalto sulle unghie dei piedi. Ne è rimasto poco, ma la giovane è contenta lo stesso. «Siamo salvi, siamo arrivati con tutta la famiglia. Il futuro? Sarà sicuramente migliore di quello che abbiamo avuto in questi due anni a Hawija». Un’anziana sputa a terra quando sente nominare l’Isis: «Sono bestie. Hanno scavato tunnel ovunque, staccato i ripetitori telefonici. Li devono ammazzare tutti». A qualche chilometro, il checkpoint Peshmerga (che si chiama “Trincea” perché circondato da chilometri di fossati) pullula di vita. Profughi in fuga che arrivano. Profughi carichi di bagagli che tornano nei villaggi liberati. Poi i convogli dei militari iracheni – Hawija è nella regione di Kirkuk – uomini della Coalizione, soprattutto americani. A 12 chilometri c’è un villaggio. E’ dell’Isis. L’aria è fetida. I pozzi di petrolio sono ovunque e il cielo è nero. Inizia a piovere, sono gocce gialle. E il cielo è solcato dagli Apache da combattimento degli americani.