“Da Sirte partiremo per conquistare Roma”: la sfida della jihad e dell’ISIS

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Sirte, ovvero l’hub dello jihad verso l’Italia. La minaccia appare a caratteri cubitali siri muri della città del Golfo libico man mano che le milizie fedeli al Governo di accordo nazionale riconquistano strade e palazzi di quello che dal giugno 2015 era diventato il feudo del califfato nel Paese maghrebino. Sirte è «il porto marittimo dello Stato islamico, il punto di partenza verso Roma… con il permesso di Dio»: questa la scritta apparsa su un muro non lontano da Ouagadougou, il centro congressi creato da Muhammar Gheddafi divenuto la cabina di regia dell’Isis, si legge su “la Stampa“.

Sirte ridotta a un cumulo di macerie

Ora ne rimane uno scheletro contorniate da macerie, polverizzato dalla pioggia di fuoco dei raid aerei americani – oltre 40 dal 1° agosto – e dall’offensiva delle forze di Fayez al Sarraj coadiuvate dalle truppe speciali anglo-americane, e nelle retrovie da quelle italiane. Ma tra quelle rovine rimane a caratteri cubitali quel messaggio degli uomini di Abu Bakr al Baghdadi, il loro prossimo passo, creare terrore in Italia. Un dato di fatto, temono alcuni, specie dopo l’allarme di «jihadisti in fuga via mare». Erano 4500 i soldati del terrore in forze a Sirte, ne sono rimasti 500 irriducibili, ex Gheddafiani soprattutto, qualche tunisino e sudanesi prestati da Boko Haram. E il resto che fine ha fatto? Intanto nella città le bandiere nere dell’Isis vengono ammainate (o bruciate sui tetti dei palazzi) e quelle verde e rosso della Libia liberata vengono issate nei luoghi simbolo della città. Come il cortile del centro Ouagadougou diventato luogo di celebrazioni da parte delle milizie «buone». Il tutto mentre prosegue la battaglia strada per strada, abitato per abitato, con l’obiettivo di vincere le ultime sacche di resistenza jihadista che sembrano avere i giorni contati.

ISIS in ritirata da Sirte e dalla Libia

«L’Isis è accerchiato per mare e per terra: tutte le vie di fuga sono chiuse», dice il generale Mohamed al Ghasri, portavoce delle milizie di liberazione. Il comandante precisa che «i guardia coste sono dispiegati sul litorale» mentre «le forze al Bonyan al Marsous proseguono nell’accerchiamento dei quartieri 1, 2 e 3». Nel «quartiere 2 ci sono mine e ordigni camuffati, – prosegue – ma anche decine di corpi, armi e auto di Isis», una sorta di barriera con la quale gli irriducibili sembrano farsi scudo man mano che si ritirano sulle coste. E non a caso, visto che proprio il litorale di Sirte potrebbe essere l’ultima spiaggia dell’Isis. In questo tratto di Libia che parla molto dell’Italia, dove i mezzi corazzati della «Divisione Sabratha» stazionavano prima di raggiungere El Alamein nel 1941, mentre i Can-Z 501, gli idrovolanti chiamati «Mammaiuto» per il loro ardire in battaglia, davano la caccia ai convogli britannici, si unisce la storia di ieri e di oggi. Una storia esplosiva, fatta di mine, quelle disseminate da italiani, tedeschi e inglesi proprio in queste spiagge, soprattutto in ritirata, cosi come quelle sepolte dalle sabbie del Sahara in Mali e dalla terra brulla degli altopiani iracheno-siriani. Circa 17 milioni di ordigni inesplosi, gran parte di fabbricazione nazista (precursori degli attuali led) un arsenale di cui gli uomini del califfo sono a caccia per riutilizzarli, oltre 70 anni dopo, proprio contro coloro che li disseminarono nei territori coloniali.