Putin approfitta della debolezza di Obama: ecco il suo “Nuovo Ordine”

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Le scintille lungo il confine con l’Ucraina, la cruenta battaglia di Aleppo e la riconciliazione con la Turchia di Erdogan descrivono la determinazione con cui Vladimir Putin sta costruendo attorno alla Federazione russa un nuovo ambizioso assetto internazionale. È un’offensiva che si sviluppa su tre fronti, si legge su la Stampa.

Il nuovo assetto internazionale

Primo: le fibrillazioni con Kiev sui confini della Crimea, incluso l’invio di missili S-400, servono a far sapere all’Europa dell’Est che Mosca resta protagonista della regione, determinata a tutelare i diritti delle popolazioni russofone, per nulla intimorita dal dispiegamento di truppe Nato lungo i propri confini deciso al recente vertice di Varsavia. Secondo: l’intensificazione dell’offensiva di Aleppo, con i pesanti raid contro le aree in mano ai ribelli islamici anti Assad, descrive la volontà di far prevalere il regime del Baath nella guerra civile, ipotecando la gestione della transizione a Damasco ovvero i futuri equilibri fra i grandi rivali del Medio Oriente, Iran ed Arabia Saudita. Terzo: la riconciliazione con Recep Tayyip Erdogan, interlocutore indispensabile sulla Siria perché sostiene i ribelli islamici, consente di identificare nella Turchia un partner economico e politico nel più vasto scacchiere dell’Eurasia a dispetto della sua appartenenza all’Alleanza Atlantica.

Il gioco di Putin è da player globale

 Se guardiamo più da vicino a questi fronti ci accorgiamo che vedono ovunque Putin intenzionato a ridurre in maniera sensibile l’influenza degli Stati Uniti: in Ucraina vuole fiaccare la credibilità di Washington come garante dell’Europa dell’Est, in Siria punta a dimostrare più capacità militare contro i jihadisti rispetto alla coalizione di oltre 60 Paesi guidata da Obama ed in Turchia mira ad incrinare il legame di Ankara con la Nato, sfruttando a tal fine anche l’ir ritazione di Erdogan per la presenza in Pennsylvania del presunto regista del fallito golpe militare del 15 luglio scorso, Fethullah Gulen. Ciò che giova a Putin in questo Grande Gioco, il cui epicentro è nel Mediterraneo Orientale, è l’immagine di un Occidente lacerato dai disaccordi su migrazioni e terrorismo, indebolito economicamente e in ultima analisi carente di leadership perché a prevalere sono i movimenti di protesta, come dimostrato dal referendum su Brexit.

 Putin ha sfruttato le debolezze di Obama

 Il Cremlino sa tuttavia che questa fase di espansione strategica rischia di incepparsi con l’uscita di Obama dallo Studio Ovale: chiunque sarà il successore avrà un approccio meno remissivo sulla scena internazionale e Mosca teme in particolare il successo di Hillary Clinton perché la sua candidatura esprime la volontà dell’establishment bipartisan di Washington di riconquistare il terreno perduto in questi anni. Ciò che Putin vuole scongiurare è il ripetersi di uno degli errori più gravi commessi da Mosca durante la Guerra Fredda ovvero quanto avvenne nel 1980 allorché l’America di Jimmy Carter sembrò così indebolita dalle crisi in Iran, Afghanistan e Nicaragua da far pensare al Cremlino di averla piegata quando invece la vittoria nelle urne di Ronald Reagan cambiò il corso della Storia, determinando l’esito opposto.