Annuncio choc da Ankara: stop alla Convenzione europea sui diritti umani

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Annuncio choc da Ankara: la Turchia sospenderà la convenzione europea sui diritti umani. E mentre Erdogan continua con epurazioni e caccia alle streghe – includendo nella black list, dalla magistratura al mondo della scuola, delle università e dell’informazione, di tutto – l’universo diplomatico internazionale risponde con il muovere alla volta del presidente turco richiami all’ordine istituzionale e alla moderazione. E proprio mentre da Ankara continuano ad arrivare notizie di arresti e di duri procedimenti penali contro gli eversori, il vicepremier e portavoce del governo, Numan Kurtulmus, conferma lo stato di emergenza per 3 mesi – augurandosi di poterlo interrompere peò nei prossimi 40-45 giorni – e fa sapere che «la Turchia sospenderà la Convenzione europea sui diritti umani, come ha fatto al Francia».

Diritti umani, la Turchia sospenderà la Convenzione europea

E allora: «Rivedremo la struttura organizzativa dell’intelligence e le relazioni tra potere civile e militare», ha aggiunto Kurtulmus, citato dalla Cnn Turk, spiegando che attualmente «ci sono debolezze sia a livello individuale che organizzativo nella struttura dello Stato». Praticamente spianando la strada alla possibilità – annunciata, ribadita e prontamente adottata – di derogare alle regole dello stato di diritto che, però, non sono abrogabili nemmeno per i reati più gravi. Di fatto, è già qualche giorno che è sotto gli occhi del mondo che, tra l’annuncio teorico e la pratica attuazione dello stop ai diritti umani, ci sono di mezzo le gravi violazioni della dignità umana perpetrate da venerdì scorso e in queste difficili ore che la Turchia sta vivendo dopo il golpe, e immortalate negli scatti, nei post e nei video, che arrivano a profusione da Ankara e dintorni. Per non parlare delle prerogative di indipendenza della magistratura che le progressive e continue rimozioni e gli ultimi arresti ingiustificati di giudici stanno palesemente disattendendo. Per questo, dall’Europa all’Asia, passando per gli Stati Uniti d’America, sulla pena di morte, sui diritti e sulle libertà fondamentali, il grido internazionale è uno, e uno solo: «Qualsiasi passo indietro è contro la storia».

L’allarme dell’Europa dello Stato di diritto

Ma in questi giorni sembra proprio che rispettare i principi dello stato di diritto e dimostrare intrinseche capacità di mantenere la giusta misura negli interventi attuati siano le ultime preoccupazioni per il presidente Erdogan e colleghi di governo. Una realtà di fatto sotto gli occhi di tutti e che, tra glia altri, la deputata di Forza Italia Elena Centemero, presidente della Commissione Equality And non Discrimination del Consiglio d’Europa, ha commentando sottolineando come «le notizie che arrivano dalla Turchia sono sempre più allarmanti per il futuro del Paese. Non si può concepire lo smantellamento del sistema educativo attraverso epurazioni di massa tra docenti, funzionari e rettori per imporre un pensiero unico, profondamente antidemocratico. C’è un’intera generazione che rischia di veder compromesso il suo futuro, sacrificato sull’altare di un’ideologia fondamentalista che annulla qualsiasi individualità». Per questo, ha poi concluso l’esponente forzista, «la minaccia ai diritti umani, alla libertà e alla dignità delle donne in Turchia è una vera e propria emergenza. Penso al rischio di ripristino della pena di morte, ma anche alla possibilità di una legalizzazione di fatto della pedofilia. Non possiamo voltarci dall’altra parte, né applicarci in equilibrismi. Ma dobbiamo adoperarci, tutti, affinchè la vita e la dignità umane siano messe in sicurezza». E i diritti umani ripristinati.

Gli ultimi arresti: in manette il giornalista Cengiz

E intanto, sul fronte della reprimenda post golpe, gli ultimi aggiornamenti parlano dell’arresto di Orhan Kemal Cengiz, noto giornalista e avvocato per i diritti umani turco, e della moglie Sibel Hurtas, anche lei una reporter, fermati dalla polizia a Istanbul. Nei giorni scorsi, il nome di Cengiz era apparso in una presunta black list di decine di giornalisti, diffusa da un account Twitter a sostegno del presidente Tayyip Erdogan. Dell’arresto di almeno altri 32 altri giudici, finiti in manette con l’accusa di legami con la rete di Fethullah Gulen, additato da Ankara come il responsabile del fallito golpe. Del provvedimentio di fermo scattato ancora per altri due militari. E, infine, della cattura da parte della polizia turca, nella provincia sudoccidentale di Mugla, del luogotenente Ali Saribey, accusato di aver fatto parte del commando di circa 25 soldati che la sera di venerdì 15 luglio ha cercato con un blitz di catturare il presidente Tayyip Erdogan nel suo hotel di Marmaris, sulla costa egea.