Anche l’Austria va a destra. E gli islamici viennesi rifiutano l’integrazione

Il velo è punk. È diventato un segno di protesta, di rifiuto. Le ragazzine lo indossano con aria di sfida, poi si mescolano con le loro compagne di classe senza velo, vanno a braccetto con loro tensioni sociali, solidarizzano». Siamo in uno dei tantissimi caffè viennesi dove si fuma ancora: da trent’anni Kurt fa l’assistente sociale in uno dei quartieri più degradati della capitale austriaca. «Il velo è il loro simbolo del rifiuto, anche nei confronti di queste nuove destre ultranazionaliste», spiega Kurt, aspirando con voluttà la sua sigaretta. «La novità è che le ragazze con o senza velo non si evitano più a vicenda, come una volta. Stanno insieme, sono oppresse dalle stesse reportage. L’immagine della città felice e in testa alle classifiche del benessere si scontra con una realtà fatta di diffidenza e convivenza difficile, si legge su “la Repubblica“.

Neonazisti al posto degli operai: così Vienna “la rossa” diventa capitale dell’estremismo

«A volte, per strada, questi ragazzini di cinque anni fermano le donne senza velo e le insultano», racconta Kurt. In realtà, l’area attorno al mercato di questo distretto poco distante dalla stazione centrale somiglia a mille altri quartieri europei trasformati dall’immigrazione, case basse, negozi dalle insegne al neon o fosforescenti, anziani col capo coperto che chiacchierano gesticolando, donne col velo che passano veloci, studenti dall’aria indaffarata. Nulla di eclatante.

L’integrazione non funziona: e interi quartieri passano al partito di Strache

Una volta, era il quartiere delle fabbriche di mattoni e dei panifici, ora gli operai e gli abitanti parlano altre lingue, molti vengono dall’Est Europa. Josef Andrà gestisce un banco di frutta del mercato della piazza centrale, intitolata ad un grande socialdemocratico austriaco, Viktor Adler. La sua famiglia lo apri nel 1871, ma le figlie vogliono fare l’università; quando andrà in pensione, Josef chiuderà il banco, dopo cinque generazioni. Ma il settantenne alza le spalle, sorridendo, «È la vita». E non è affatto infastidito dai suoi vicini egiziani, tunisini o turchi. Invece, è terrorizzato all’idea che si chiuda il Brennero: «Vede queste belle fragole? Vengono dall’Italia. Se bloccheranno il confine, dovrò raddoppiare il prezzo». Altro che profughi, sospira: «Per me sarebbe questa la fine dell’Europa».