Ora Renzi ha paura del “suo” Pd. E rispolvera l’antiberlusconismo

Fedele al sempiterno “dagli amici mi guardi Dio che dai nemici mi guardo io”, Matteo Renzi è arrivato alla direzione del Pd con l’aria di chi sa di essere entrato nella tana del lupo. Certo, c’è l’inchiesta di Potenza che ha fatto fuori Federica Guidi dallo Sviluppo economico e ammaccato la già ammaccata (dallo scandalo di Banca Etruria) Maria Elena Boschi, il “pezzo” più pregiato e nevralgico del governo; c’è il referendum sulle trivelle che vede mezzo Pd strizzare l’occhietto a Michele Emiliano, il governatore della Puglia ormai sempre più portavoce dei cosiddetti “no-triv”; così come ci sono i numeri ancora oscillanti di una crisi economica dura da superare nonostante le promesse del governo e gli annunci mirabolanti del premier.

Bersani & co. pronti ad impallinare il referendum sul ddl Boschi

Certo, tutto questo c’è. Ma niente preoccupa Renzi più della situazione interna al suo partito. È come se al pettine stessero finendo tutti i nodi da lui intrecciati in questi due anni di dominio assoluto nel Pd e a Palazzo Chigi. Nodi che per l’opposizione si chiamano strappi, provocazioni, snaturamento del partito. Una pentola a pressione che – e questa è la vera paura di Renzi – potrebbe esplodere non al referendum di aprile sulle trivelle e neppure dopo i ballottaggi di Roma, Milano, Napoli e Torino bensì dopo il referendum autunnale sulle riforme costituzionali. Può essere quello il varco in cui la minoranza attenderà il segretario-premier per regolare tutti i conti. La posta in gioco, dunque, non è il governo (se Renzi vince il referendum, si andrà a votare nei primi mesi del 2017; se perde, se ne fa un altro, sotto la regia del Quirinale) ma il Pd. Ecco perché tenere le redini del partito è oggi per Renzi un imperativo categorico.

Renzi: «Io diverso da Berlusconi, non fuggo dai magistrati»

Ecco perché alla direzione, parlando dell’inchiesta lucana sul petrolio, Renzi ha rispolverato la tesi berligueriana della presunta diversità del Pci sulla questione morale, ma – soprattutto – ecco spiegati i motivi per cui, per estenderne gli effetti benefici anche al “suo” Pd ha dovuto saccheggiare – lui che non l’aveva mai fatto – il più vieto e bieco antiberlusconismo: «La diversità profonda dagli altri – ha infatti argomentato il premier – è che loro parlavano di legittimo impedimento, io dico interrogatemi, gli altri parlavano di prescrizione io chiedo sentenze e dico di fare i processi, ma veloci. Noi non siamo uguali agli altri: sia stampato in testa a chiunque abbia dubbi. Noi non siamo quelli del legittimo impedimento, ma chiediamo che si facciano le sentenze sul serio, veloci». Il Cavaliere è servito. Ma a Bersani, D’Alema e compagni, basterà?