Nagorno Karabak, cuore di tenebra del Caucaso. Un altro danno comunista

I giornali internazionali, e soprattutto quelli italiani, non si occupano volentieri del conflitto, sanguinoso e irrisolto, che da anni devasta il Nagorno Karabak, regione cristiana annessa dall’Unione Sovietica al musulmano Azerbaigian, mentre il Nagorno vorrebbe stare con la madre patria Armenia. Perché non se ne occupano? In gran parte perché non ne sanno nulla, in secondo luogo perché pensano che non interessi poi troppo i lettori, ma soprattutto perché la questione del Nagorno Karabak è l’onda lunga dei crimini staliniani e comunisti dell’Unione Sovietica che, anche se scomparsa da tempo, continua a far sentire i nefasti effetti della sua spietata dittatura. Il Nagorno Karabak è una delle frontiere della lotta tra musulmani e cristiani, così come lo fu la Cecenia. L’Occidente, anziché girare le spalle come continua a fare col genocidio degli Armeni, dovrebbe sposare o almeno far conoscere le cause del conflitto silenzioso e dimenticato che si sta svolgendo ai confini dell’Europa. Adesso Azeri e armeni tornano a imbracciare le armi e a uccidersi nel Nagorno-Karabak, la regione che Ierevan e Baku si contendono da decenni in un conflitto definito “congelato”. Questa volta i combattimenti sono andati ben oltre le solite scaramucce tra le due parti in lotta, e vi hanno perso la vita decine di persone. L’Armenia, cristiana, ha dichiarato di aver perduto sul campo di battaglia 18 militari e che altri 35 sono rimasti feriti. Mentre l’Azerbaigian, musulmano, ha ammesso che 12 dei suoi soldati sono stati uccisi negli scontri, ma anche di aver perso un elicottero e un carro armato. Stilare un bilancio delle vittime è però alquanto difficile visto che Ierevan e Baku si fanno la guerra anche sul numero dei caduti: gli azeri dicono di aver ucciso oltre 100 militari nemici, mentre i separatisti spalleggiati dall’Armenia sostengono che le truppe azere hanno lasciato sul terreno oltre 200 dei propri uomini.

In Nagorno Karabak proclamato il cessate il fuoco

L’intensità delle violenze è stata tale da richiedere un intervento diplomatico della potenza che in questo conflitto riveste spesso il ruolo di mediatore e arbitro: la Russia. Il leader del Cremlino, Vladimir Putin, ha chiesto “alle parti belligeranti di fermare immediatamente le ostilità”. E anche l’Osce ha espresso “seria preoccupazione” per il riaccendersi dei combattimenti: un problema di cui discuteranno la settimana prossima a Vienna i tre copresidenti russo, americano e francese del Gruppo di Minsk dell’Osce dedicato a questa instabile regione del Caucaso a maggioranza cristiana armena. La battaglia, cominciata nella notte, è tuttora in corso, e come sempre Armenia e Azerbaigian si rimbalzano le responsabilità su chi abbia dato inizio alla carneficina. Secondo David Babayan, un portavoce dei separatisti di etnia armena che occupano il formalmente azero Nagorno-Karabakh, scontri così duri non si registravano dal 1994, cioè dalla fragile tregua siglata dopo sei anni di conflitto costati la vita a circa 30.000 persone, tra cui molti civili. Gli sfollati sono oltre un milione. Pure ora si registrano vittime tra i civili, tra loro ci sarebbe anche un bambino di 12 anni: è stato ucciso dai potenti e imprecisi missili Grad delle truppe azere, sostengono i separatisti accusando i nemici di aver aperto il fuoco anche sulle aree abitate. Ma anche Baku punta a sua volta il dito contro gli armeni accusandoli di aver mietuto vittime tra i civili. Proprio in queste ore, l’Azerbaigian ha annunciato che rispetterà un cessate il fuoco unilaterale. Lo riferisce la Bbc.