Sono tanti i “falsi” Pasolini. Ma nessuno parla del Pasolini anti-gay

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Da quel novembre 1975 in cui stato ucciso, Pier Paolo Pasolini si è trasformato in un santino, in un fantasma che si aggira per l’Italia. Soltanto dopo morto, lo scrittore e regista friulano è stato saccheggiato un po’ da tutti, come John Lennon, Kennedy, Che Guevara, Walt Disney, Aldo Moro, Jimi Hendrix… Ognuno ha preso la parte che più gli faceva comodo e ha buttato via il resto. La sinistra, una certa destra, i cattolici, i radicali, i libertari, i giustizialisti, i complottisti, gli ambientalisti, i teorici della decrescita: ognuno ha trovato una citazione, una parte della sua opera, una sua intuizione, dilatandoli sino a farne l’intera immagine. Ne scrive, una volta archiviato il quarantennale della morte, Nicola Mirenzi, giovane giornalista de la7 e dell’Huffington Post, in un saggio coraggioso e più che necessario per fare chiarezza: Pasolini contro Pasolini (Lindau, pp. 149, euro 14,00).

Pasolini, il più citato e il meno letto

Pier Paolo Pasolini, sostiene Mirenzi, è diventato l’intellettuale più citato e meno letto d’Italia attraverso un’operazione di puro marketing e merchandising: “Ne sono venute fuori tante figurine ottime per il marketing culturale, editoriale e politico, in cui l’opera di Paolini si trasforma in un souvenir. C’è il Pasolini anarchico comunista o liberal. E c’è il Pasolini reazionario, passatista e difensore della tradizione, c’è il Pasolini contro l’aborto e c’è il Pasolini trasgressivo che vive una sessualità ossessiva e violenta. C’è il Pasolini della frase ‘io so ma non ho le prove’, eroe di tutti i dietrologi. E c’è il Pasolini che demolisce gli appassionati di trame oscure. Come nei supermercati, c’è un Pasolini per tutti i gusti. Perché ogni partito, gruppo, corrente, setta, tribù, ha costruito un Pasolini a sua immagine e somiglianza…”.

Pasolini, i fascisti e la destra

Mirenzi tenta, capitolo dopo capitolo, di smontare tutti i falsi Pasolini, tentando di restituire l’intellettuale, il poeta, il giornalista, il regista, nella sua contraddizione, nelle sue contraddizioni reali: “E’ diventato impossibile – annota – continuare a parlare di Pasolini se prima non si distingue l’autore dal racconto tossico che ne è stato fatto. Perché un conto è Pasolini, un altro il pasolinismo. Una cosa è lo scrittore, un’altra la sua leggenda”. Utili a questo fine i primi due capitoli, interamente dedicati ai rapporti tra Pasolini, i fascisti e la destra: dalle sue poesie sui “giovani missini”, agli articoli contro l’antifascismo militante apparsi su Scritti corsari, alla sua collaborazione con la rivista Il Reporter di Arturo Michelini, dalla sua intervista televisiva a Ezra Pound, alla sua collaborazione con Guareschi per il documentario La rabbia. Episodi che non possono però negare le virulente campagne contro Pasolini condotte dalle colonne del Secolo e del Borghese finché lui era in vita e accompagnate dalle continue manifestazioni di contestazione degli attivisti della Giovane Italia. Poi, è vero, dal 1986 una certa destra giovanile riscopre Pasolini e i suoi Scritti corsari, la sua analisi dell’omologazione e lo scrittore finirà tra le letture di Beppe Niccolai e nel Pantheon di certe manifestazioni del Fronte della Gioventù e anche di Azione Giovani.

Pasolini e gli omosessuali

Sullo stesso piano, sempre nella ricostruzione di Mirenzi, risulta estremamente interessante il capitolo dei rapporti dello scrittore con il Pci e la tradizione comunista, dalla sua espulsione dal partito nel 1959 per “indegnità morale” alla glorificazione e appropriazione postuma attraverso la Fgci prima e Veltroni poi. Ma il capitolo più interessante, infine, è senz’altro quello sull’irriducibilità dell’omosessuale Pasolini all’attuale cultura dei diritti gay. Scrive Mirenzi: “la destra, la sinistra, il centro, gli estremisti, i moderati, i borgatari come i radical chic: l’hanno sventolata tutti, l’immagine di Pasolini. Ma il movimento omosessuale no, mai. L’omosessuale più famoso d’Italia è diventato icona di tutti, fuorché icona gay”. Del resto, già gay è una parola che lo scrittore di Casarsa non ha mai pronunciato o scritto: “È vero che non si era ancora imposta nel linguaggio, ma il modo in cui viveva la sua omosessualità aveva poco a che fare con la gaiezza. Mai in pace, riposato o risolto: fin dalla giovinezza, Pasolini ha considerato la sua omosessualità come qualcosa di estraneo da combattere, a cui non cedere”. Qualcosa che lui viveva tragicamente, come un tormento, come un’aggravante: “A Pasolini gli omosessuali non piacevano”. Non solo perché il poeta e regista vedeva in ogni avanzare dei diritti solo la coda maligna della tolleranza capitalistica, ma soprattutto perché per lui l’omosessualità era solo un fatto privato, individuale: “La vita di Pasolini non ci sta nello schema dell’omosessualità codificata, è distante dall’idea di coppia gay risolta, normalizzata, che vuole sposarsi e avere figli, cioè dal modello che la maggioranza del movimento di rivendicazione gay ha adottato per farsi accogliere nella società”. Anche su quest’ultimo aspetto, quindi, il saggio di Mirenzi è fondamentale per “l’unica cosa che si può fare con Pasolini: servirsi della sua opera, per liberarsi del suo mito”.