Riflessioni di un orgoglioso “reazionario”

Parto da una doverosa premessa per chi non mi conoscesse: sono coscientemente ateo, e considero i fanatismi religiosi (di qualunque confessione) causa di tanti tra i mali della società. Rigetto quindi al mittente la semplificazione di quanti vorrebbero ridurre il dibattito ad un “derby” tra laici e cattolici. Ma la mia collocazione sul dibattito teologico non mi impedisce di averne una, altrettanto radicata e convinta, in ordine al comune buon senso ed alla necessità di porre argini alla diffusione del relativismo culturale, secondo il quale nulla dovrebbe essere limitato in nome di un licenzioso richiamo ai diritti (o capricci) del singolo. Sto parlando, ovviamente, del dibattito che si è generato sul tema dei diritti degli omosessuali, della possibilità che essi possano contrarre matrimonio e, da ultimo, di adottare figli. Intendiamoci, sono convinto che ciascuno, nel proprio privato, debba essere libero di esprimere come crede i propri gusti affettivi e sessuali. Così come penso che a nessuno debba essere negato l’esercizio di diritti civili, tra i quali la cura, l’assistenza, e la libertà di scelta successoria. Credo, peraltro, che la gran parte di questi diritti in Italia già esistano e che – laddove qualcosa manchi – basti esplicitare in dettaglio ciò che non può e non deve essere impedito. Ma qui, davvero si tratta di altro.
Anzitutto, il tema del matrimonio serve a vestire di aura romantica un fine che é viceversa di natura prosaicamente economica: ovvero il riconoscimento della reversibilità pensionistica a favore del superstite della coppia. Per spiegare la mia contrarietà mi appello alla incondizionata ostilità che nutro verso l’assistenzialismo e l’uso scellerato delle risorse che non sono mai pubbliche, perché sempre provengono da imposte, tasse e gabelle versate dai contribuenti. Lo Stato, secondo la mia visione, non dovrebbe dare soldi ad alcuno, ma garantire la fornitura (meglio se non gestita in proprio) di servizi essenziali che siano omogenei sul territorio ed apprezzabili qualitativamente. Se le norme in vigore (non solo in Italia) prevedono agevolazioni per le famiglie, quali detrazioni per coniuge e figli a carico, spese di istruzione, sconti commisurati alla dimensione del nucleo familiare e, da ultimo, il beneficio di godere della reversibilità, ciò non si deve al fatto che lo Stato debba essere la chioccia sotto le cui ali farsi proteggere, ma perché rappresenta l’impegno con il quale una comunità corrisponde ad un implicito sinallagma sociale: tu –  famiglia – tramite la possibilità di procreare, sei potenzialmente in grado di garantirmi la prosecuzione della mia esistenza, ed io – Nazione – ti riconosco in cambio dei vantaggi.
Non credo ci sia bisogno di scomodare madre natura per spiegare che la procreazione non è nelle facoltà di una coppia omosessuale. Chiunque si sia cimentato con un’abat-jour, sa che non si riesce ad ottenere la luce avendo a disposizione due spine senza presa o due prese senza spina. Punto e chiuso.
E veniamo ora all’elemento cardine della diatriba: le adozioni. Perché è qui, al netto di tutte le palle che raccontano, che gli illuminati progressisti intendono arrivare. Si dice: “Ma con la step-child adoption prevediamo che se uno ha avuto un figlio con una persona dell’altro sesso (cioè secondo l’unico modo previsto in natura, ndr), se l’altro genitore muore, se nel frattempo il genitore superstite ha cambiato gusti sessuali, se si è messo insieme al “nuovo amore”, allora il nuovo compagno/a possa adottare l’orfanello diventandone il mammo o la babba”. Dimenticano di inserire, nel periodo ipotetico del settimo tipo, che nel frattempo la nuova coppia omo potrebbe essere anche colpita da un meteorite o che vi sia la necessità di tutelare l’infante dal Ritorno dei Morti Viventi. Intanto, per voler restare al gioco (perché cosa seria, davvero, non si può definire), nell’eventualità della confluenza di sfighe (un genitore morto e l’altro folgorato sulla “gaya via”), il bimbo continuerebbe ad avere un genitore, e davvero non vi é necessità alcuna che l’amante di questi ne acquisisca l’innaturale genitorialità.
Si dice ancora: “Questa pratica non c’entra nulla con l’utero in affitto“. Menzogna! Con l’entrata in vigore di questa norma, uno dei componenti della coppia omo presta (o si fa prestare) il seme che feconda l’ovulo, diviene il genitore “naturale” e fa adottare all’altro/a il proprio figlio. Immaginate un po’ che bel commercio che ne scaturirà, guarda caso voluto e difeso da chi al contempo lancia strali contro la prostituzione, perché evidentemente la vagina non va prestata ma l’utero si loca.
Si dice “Ma tanto la realtà é già così; pensa a Tizio, Caio e Sempronia, che sono già andati all’estero e ne sono tornati con il frugoletto in culla (e giù una ridda di nomi altisonanti e progressisti, venerati opinion-makers)”. Risposta: echissenefrega; non è adeguandovi la nostra legislazione, che correggiamo gli errori altrui. O, per essere coerenti, vogliamo reintrodurre la pena di morte perché vi sono Stati che ancora la riconoscono, e la applicano pure agli italiani condannati nel loro territorio (è il caso, per fare solo l’esempio più noto, del rischio che corrono i Marò in India)? Ove tutto manchi, per controbattere le argomentazioni di chi viene bollato come arretrato reazionario, ti dicono: “Tu vuoi negare il diritto ad una coppia di avere un figlio!”.
Si, mie care anime belle, io NON riconosco né oggi, né domani, né mai il diritto a qualcosa che proviene dalla natura, e come tale può esserci come pure no. Il figlio non é mai un capriccio, e trovo drammaticamente risibile che se ne chieda la produzione in batteria da parte degli stessi solo i che contestano l’uso degli Ogm  in agricoltura. Un finocchio va lasciato al naturale, una vita umana si può costruire in laboratorio.
L’unico diritto che – in materia – ritengo imprescindibile, è piuttosto il diritto del minore di avere una vita NORMALE. E, ribadendo il pieno rispetto per la libera scelta di ciascuno, nessuno mi convincerà mai che ciò di cui si tratta sia qualcosa di normale. Ma su questo, su ciò che implica nella formazione, nel carattere, nella sicurezza e nell’autostima del figlio, cala una violenta coltre di silenzio da parte dei mercenari dell’adozione purchessia. Anche un solo bambino che venisse gratuitamente emarginato, imbarazzato, schernito; o che più facilmente si sentisse diverso dagli altri per il fatto di essere il fenomeno di una forzatura innaturale, cadrebbe sulla sempiterna responsabilità di chi vuole questa porcheria.
Non su di me.