Sfregiò l’ex-fidanzato con l’acido, la Levato resta in carcere anche se incinta

Martina Levato, la studentessa condannata a 14 anni di carcere con l’amante Alexander Boettcher per aver sfregiato con l’acido lo studente Pietro Barbini, con cui aveva avuto una relazione, resta dietro le sbarre nonostante sia prossima al parto per la sussistenza di «esigenze cautelari di natura eccezionale». A deciderlo è stato il tribunale del Riesame di Milano che ha sottolineato come l’aggressione all’ex-fidanzato da parte della donna sia stata «una lucida scelta criminale, sorretta da una programmazione tanto accurata quanto professionale e destinata a ripetersi con elevata probabilità». Secondo i giudici del Riesame che hanno respinto la richiesta di arresti domiciliari, dunque, la Levato non solo è socialmente pericolosa ma potrebbe addirittura reiterare il reato.

Per il Riesame la Levato potrebbe aggredire ancora

Per i magistrati del collegio «appare francamente poco rilevante stabilire se all’epoca dell’aggressione ai danni di Pietro Barbini l’imputata fosse già a conoscenza o meno del proprio stato di gravidanza». Anzi – proseguono i giudici – «proprio il suo stretto legame con coimputato Boettcher (Alexander, suo amante, ndr) rappresentava l’origine di quella esigenza di “purificazione” che costituiva il principale movente della condotta delittuosa contestata».

Dopo il parto sarà trasferita in una struttura per detenute madri

Resta invece ferma la decisione del gip di Milano, Claudio Castelli, di trasferire l’imputata all’Icam (Istituto a custodia attenuata per detenute madri) subito dopo il parto. Il gip ha accolto un’istanza inoltrata dal pm Marcello Musso sulla scorta di una relazione della direzione del carcere di San Vittore in cui si faceva rilevare che l’istituto milanese è sprovvisto di una struttura idonea per accogliere la giovane madre e il bambino che rispetti le norme imposte della legge 62 del 2011. Tale disposizione, infatti, «salvo casi di eccezionale gravità» vieta il carcere a detenute con figli fino ai tre anni. In assenza di una diversa decisione del Tribunale dei minori, che potrebbe decidere l’affidamento ai nonni o l’adozione del neonato presso un’altra famiglia, la donna potrebbe quindi rimanere all’Icam per tre anni.