Scuola, approvata la riforma. Così il governo impone il gender in classe

FacebookPrintCondividi

La Camera ha approvato la riforma della scuola con 277 voti a favore, 173 contrari, dei quali 4 dalle file del Pd, e 4 astenuti. Si tratta del via libero definitivo, sul quale non erano previste sorprese. La seduta ha comunque riservato alcuni fuori programma, a partire dall’avvio turbolento. Mentre in piazza Montecitorio manifestavano i sindacati della scuola, infatti la discussione in aula è stata sospesa dopo che la Lega ha esposto cartelli con su scritto “Giù le mani dai bambini”, costati anche l’espulsione del capogruppo Massimiliano Fedriga. La protesta è stata un tentativo in extremis di attirare l’attenzione su uno dei capitoli più controversi del testo e più glissati da parte del governo: l’introduzione nella riforma dell’insegnamento dell’ideologia gender, fin dalle scuole dell’infanzia.

Il gender nascosto nei riferimenti normativi

Il fatto che la riforma introduca una «offerta formativa» che punta a negare l’esistenza delle differenze biologiche tra uomo e donna è stato recisamente negato dal governo e in particolare dalla componente centrista dell’Ncd. Ma uno studio attento del testo dimostra il contrario. In particolare, sono state le associazioni pro Vita e delle famiglie a lanciare un allarme dettagliato, spiegando che l’insidia si nasconde all’interno dei riferimenti normativi cui il ddl rimanda. Ovvero, nel testo della “Buona scuola” non si parla esplicitamente di gender, ma – dietro la comoda facciata della lotta alla discriminazione – al comma 16 si rimanda alla legge 119 del 2013. Un richiamo incomprensibile per i non addetti ai lavori, anche perché a sua volta richiama a un altro riferimento normativo: la Convenzione di Istanbul, che proprio la legge 119 di fatto attua.

Ecco a cosa punta davvero il ddl Buona scuola

Cosa dicono, dunque, queste leggi che ora, attraverso il ddl Buona scuola, entreranno di prepotenza nelle classi e, quindi, nelle case degli italiani? La convenzione di Istanbul dice, tra l’altro, che «con il termine genere ci si riferisce a ruoli, comportamenti, attività e attributi socialmente costruiti che una determinata società considera appropriati per donne e uomini». Dunque, secondo questa definizione, non si è uomo e donna perché così si è nati, ma perché la società così impone. È la sintesi dell’ideologia gender e, in sostanza, per la convenzione di Istanbul se invece si riconosce una differenza biologica si compie una discriminazione. La legge 119 del 2013, recepisce questa direttiva rendendola piano operativo e dicendo che bisogna «promuovere una adeguata formazione» non solo alle superiori, ma fin «dalla scuola dell’infanzia e del primo ciclo di istruzione». Ora, a chiudere il cerchio, arriva il ddl Buona scuola con cui il governo inserisce il gender direttamente nelle strategie di lungo termine per l’istruzione italiana. Con la firma di una ministra eletta con i moderati di Scelta Civica e con l’avallo dell’Ncd.

L’associazione ProVita: «I vescovi parlino chiaramente»

Un colpo di mano avvenuto, hanno denunciato i promotori della grande manifestazione delle famiglie del 20 giugno, nel silenzio della Cei. «È molto triste che la Chiesa abbia taciuto su questo disegno di legge che, facendo riferimento alla legge 119 e quindi alla convenzione di Istanbul, introduce stabilmente il gender nelle scuole», commenta Toni Brandi, presidente della onlus ProVita, il quale, dopo le polemiche dei giorni scorsi, rivolge anche un invito al segretario generale dei vescovi italiani, monsignor Galantino perché la Cei non manchi l’appuntamento con il ddl Cirinnà sulle Unioni civili: «Il popolo del 20 giugno – sottolinea Brandi – non può essere tradito da coloro che lo dovrebbero rappresentare. Abbiamo massimo rispetto per la Cei e umilmente chiediamo che monsignor Galantino affermi chiaramente che non ci possono essere compromessi sul disegno di legge Cirinnà»