I cent’anni di Pietro Ingrao, da giovane fascista a irriducibile comunista

Pietro Ingrao compie 100 anni e la Camera, di cui è stato presidente, lo festeggia. Quello che colpisce, in questo scintillio di aggettivi, di retorica rincorsa a descriverne i tratti salienti, una vita spesa tra il sogno e la realtà, il tormento amletico del dubbio, in verità mai sufficientemente indagato per non evitargli clamorosi infortuni di percorso, è il ritmo stesso di una celebrazione a tutto tondo, sul crinale di una amarcord per la “bella politica” del tempo che fu. Il ché, in parte, è vero. Perché Ingrao si descrive e si racconta attraverso la sua stessa vita. Le sue passioni giovanili. Il suo ardente spirito rivoluzionario. La coltivazione, tra il poetico e il pragmatico, di un ideale, quello comunista, che tanti lutti e tante tragedie ha lasciato dietro di sé..

Il giovane Ingrao partecipò ai Littoriali

Ingrao, nella prima gioventù, lo vediamo affermarsi nei Littorali della Cultura della gioventù universitaria fascista. Partecipa alla gara di poesia con una breve lirica. Esalta Littoria, la città fondata da Mussolini, e la bonifica delle paludi pontine. Il Comunismo è lontano. Le sue passioni sono rivolte altrove: al teatro, alla cinematografia. Sarà la guerra di Spagna a cambiarlo. “Il 17 luglio 1936 – racconterà – è il giorno chiave”. Il giorno dell’addio agli studi e della scelta di campo per la lotta di classe. Da quel momento, il mito del comunismo non lo lascerà più. Un mito che coltiverà con testardaggine. Che lo porterà in Parlamento. Che farà da sfondo alla sua coracea intransigenza contro il capitalismo e contro il cosiddetto mondo borghese (lui che era di estrazione borghese).

Ingrao e l’invasione sovietica dell’Ungheria

Un mito sul quale fonda la figura dell’uomo di partito ferreo e rigoroso, dell’uomo che si lega mani e piedi alla burocrazia del Cominform : l’ufficio di informazione dei partiti comunisti e socialisti. Niente scuote quell’indole problematica e la vocazione al dubbio di cui si ammanta nelle estenuanti sedute dei Comitati centrali del Pci, e che trasmette nei lunghissimi articoli pubblicati su l’Unità. La sua è una incrollabile certezza. Che,però,  lo porta a schierarsi dalla parte sbagliata. I carriarmati sovietici soffocano nel sangue l’anelito di libertà del popolo ungherese e Ingrao li difende. Anche a costo di abbandonare al loro destino gli amici de “Il Manifesto” che, in quell’occasione, trovano la forza per prendere le distanze dalle posizioni filosovietiche del Pci. Stessa storia agli albori della caduta del Muro di Berlino. Quando Occhetto, alla Bolognina, propone di cambiare nome al partito, Ingrao si erge a censore. Ma poi, nel partito resta. Oracolo del dubbio. Mentore della problematicità. Vittima della sua stessa complessità. Sempre impregnato, fin nel midollo, di ideali marxisti, cui non ha mai rinunciato. Ha raccontato, Ingrao, di aver sempre  cercato la Luna. Ma di non averla mai afferrata. Confessione amara. Ma anche rassicurante, visto come è andata a finire.