Chieste 26 condanne per black bloc e no-global che devastarono Roma

Per gli scontri avvenuti nel centro storico di Roma il 14 dicembre 2010 – in occasione di manifestazioni per contestare il cosiddetto decreto Gelmini e più in generale il governo Berlusconi – il pm Luca Tescaroli ha chiesto la condanna di 26 imputati a condanne varianti da tre anni e nove mesi a quattro mesi di reclusione. Tra loro l’esponente di Action, movimento per il diritto alla casa, Bartolo Mancuso (sei mesi) e l’ex-consigliere comunale Nunzio D’Erme (3 anni e 6 mesi) arrestato il 24 settembre del 2014 con l’accusa procurata evasione dopo aver partecipato ai disordini nel tentativo di aggredire con un punteruolo due militanti del Movimento Cattolico Politico Militia Christi e aver poi colpito colpito con un casco uno degli agenti della Digos intervenuti facendo poi fuggire uno degli assalitori, già ammanettato e che era poi riuscito a dileguarsi.
Gli scontri del 14 dicembre 2010 molto duri, furono caratterizzati dal lancio di sampietrini, bombe carta, fumogeni e ordigni esplosivi. Sotto processo appartenenti ad ambienti “no-global” e anche Manuel De Santis, già condannato a tre anni di reclusione per aver colpito alla testa con un casco un minorenne che, armato di un bastone e indossando un casco, stava partecipando agli scontri. I reati contestati, a seconda delle singole posizioni, vanno dal deturpamento ed imbrattamento di cose altrui alla resistenza aggravata a pubblico ufficiale; dal danneggiamento aggravato al danneggiamento seguito da incendio, fino al travisamento in occasione di manifestazioni pubbliche, promozione di riunione in luogo pubblico non preavvisata. La sentenza è prevista per il 2 aprile prossimo.
Quel 14 dicembre del 2010 Roma e i romani vissero una giornata di una violenza inaudita. Il centro della Capitale, il salotto buono, divenne un campo di battaglia e di devastazioni sistematiche. Tutto avvenne poco dopo i cortei partiti da diversi punti della città e formati da studenti, precari, esponenti dei centri sociali e del coordinamento “Uniti contro la crisi”, di cui fanno parte gli operai della Fiom, gli aquilani e i cittadini di Terzigno anti-discarica. Poi i primi eccessi come il lancio di petardi, finiti all’interno dei Mercati Traianei e nei Fori Romani, l’accensione di fumogeni e cori contro il Governo Berlusconi. E si capì subito che era tutto già preordinato.No-global, black block, teppisti dei Centri sociali marciarono sul centro di Roma decisi a dare battaglia e a devastare la città. Iniziarono così gli scontri con le forze dell’ordine. No-global e Centri Sociali eressero barricate nelle vie del centro storico e poi vi diedero fuoco. Quindi andarono all’assalto dei blindati delle forze dell’ordine mentre negozi, macchine, arredi urbani divennero l’obiettivo privilegiato degli atti di vandalismo sistematici dei black block. Scene che riportarono alla mente quelle di violenza degli anni ’70. Alla fine il bilancio sarà di oltre cento feriti, 57 tra le forze dell’ordine e 62 tra i manifestanti, 40 dei quali medicati sui luoghi degli scontri e 22 portati in ospedale. Quarantuno i fermati, tutti accusati di violenza, resistenza, devastazione e uso di armi improprie.

I delinquenti no-global misero a ferro e fuoco la Capitale

Cappuccio e sciarpe neri, i black bloc seminarono il panico per ore trasformando il centro di Roma in un’inedita Beirut capitolina.
Ma le avvisaglie che la violenza contro il governo Berlusconi era stata perfettamente pianificata da No-global, Centri Sociali, e black block si erano già viste in mattinata davanti al Senato e poi nei pressi della Camera: dal corteo a più riprese si erano staccati gruppi di delinquenti col volto travisato da sciarpe nere e cappuccio nero della felpa che iniziarono a  lanciare bottiglie e petardi contro i blindati. Alcuni lanciarono sacchetti di letame e poi fumogeni e bombe carta in via degli Astalli, una strada proprio dietro palazzo Grazioli.
Quindi l’assalto ad alcuni blindati con pale e mattoni, presi da un camioncino, assalto che provocò la prima carica della polizia. Da qui in poi diventa la cronaca di un giorno di violenza inaudita. I black bloc si staccarono dal corteo seminando terrore e devastazione. Ovunque passavano sfondavano le vetrate di banche, danneggiavano auto, sradicavano segnali stradali usandoli poi come ariete contro le vetrine. Gruppi di delinquenti iniziarono a percorrere il Lungotevere incendiando cassonetti e raccogliendo, via via, armi improvvisate. Una volta arrivati a piazza del Popolo, si diressero verso Montecitorio e, a via del Corso, scatenarono la battaglia urbana con l’assalto a tre blindati della Guardia di Finanza a colpi di bottiglie, bastoni, pietre. Le mazze vennero perfino usate per malmenare i finanzieri che erano a bordo dei mezzi. Uno dei militari, in una delle tante foto scattate in questa giornata di violenza, certamente la foto simbolo, viene ripreso da un fotografo praticamente inginocchiato a terra, quasi sopraffatto da alcuni delinquenti che tentano di strappargli la pistola d’ordinanza impugnata nella mano destra. E mentre il fumo dei lacrimogeni e dei petardi invade via del Corso e le vie dello shopping ormai deserte con i negozianti asserragliati dentro e turisti e romani che fuggono – «sembrava la guerra civile», racconterà una commessa di un negozio di abbigliamento ancora terrorizzata – i teppisti dei Centri Sociali addirittura erigono una barricata con cassonetti, fioriere, sedie tavolini dei bar di lusso di Piazza del Popolo. Poi le danno fuoco creando una barriera di fiamme tra loro e i blindati che avanzano a fatica. Dal Pincioun gruppo di no-global li bombarda con una pioggia di sassi. Alla fine l’atmosfera è surreale, quasi da coprifuoco. Ma la giornata dei violenti dei Centri Sociali non è ancora finita. L’ultimo strascico è sul Lungotevere e nel quartiere Prati dove i figli di papà della sinistra capeggiati dai soliti noti, come Nunzio D’Erme, oggi finalmente alla sbarra, seminano ancora devastazione.