Il comunismo continua ad uccidere: giovane donna si immola per il Tibet

Come Jan Palach contro i carrarmati sovietici nell’eroica “primavera di Praga”: si chiama Tsepe Kyi, di appena 20 anni, si è data fuoco immolandosi fino all’estremo sacrificio in segno di protesta contro “la politica repressiva” di Pechino nei confronti della religione e della cultura del Tibet. Sotto qualsiasi latitudine ed in qualunque tempo il comunismo resta sempre un’ideologia di morte, di sopraffazione e di miseria. Secondo quanto riferito dall’ Ong Free Tibet e Radio Free Asia (RFA), una emittente finanziata in parte dagli Stati Uniti, il tragico evento si è verificato in una città del distretto di Aba, in una regione della provincia del Sichuan popolata principalmente da tibetani.

Un fenomeno di massa

Il suicidio di Tsepe Kvj segue di pochi giorni quello di un altro tibetano di 33 anni morto a seguito delle ustioni riportate. Secondo il sito web della Campagna Internazionale per il Tibet, la ragazza sarebbe morta prima di essere soccorsa. Lo stesso sito riferisce inoltre che i genitori della ragazza sono stati arrestati. Nel tentativo di bloccare le immolazioni la polizia cinese arresta i parenti dei suicidi, che vengono accusati di non aver fatto abbastanza per farli recedere dal loro proposito. Gran parte delle immolazioni si sono verificate in aree a popolazione tibetana delle province del Sichuan, Qinghai e Gansu, cioè fuori dalla regione autonoma del Tibet. Spesso gli immolati lanciano slogan contro la Cina e a favore del Dalai Lama prima di darsi fuoco.

La disperazione del Dalai Lama

Con quello della giovane donna ammonta ad oltre 130 il numero di tibetani che si sono immolati o che hanno tentato di farlo dal 2009 ad oggi, per protestare contro la repressione della loro religione e della loro cultura.Un fenomeno che comincia ad assumere proporzioni quasi di massa ma che finora non è riuscito a far recedere il vertice del Partito Comunista cinese dall’allentare il genocidio culturale, etnico e religioso nei confronti del Tibet. Il Dalai Lama, capo spirituale tibetano – e bestia nera di Pechino, che lo accusa di secessionismo – ha definito in passato le immolazioni dei gesti di disperazione che egli non riesce a impedire.