Oltre 200 ragazze schiave di Boko Haram. Perché nessuno ne parla più?

Quasi non se ne parla più delle ragazze di Chibok, che ad aprile furono rapite da Boko Haram, mentre erano a scuola. Eppure, 219 sono ancora nelle mani dei miliziani. Le ultime notizie su di loro arrivate in Italia risalgono all’inizio di questo mese, quando i terroristi hanno diffuso un video in cui dicevano di averle tutte convertite all’Islam e costrette a sposarsi. Al momento del rapimento avevano tra i 12 e i 17 anni. Nel frattempo Boko Haram ha compiuto altri rapimenti di massa di donne, ragazze e bambini.

Il reportage dell’Internazionale

Ora l’Internazionale, a firma della freelance americana Sarah A. Topol, pubblica un lungo reportage sul giorno del rapimento, ricostruito attraverso le testimonianze delle ragazze che la notte tra il 14 e 15 aprile sono riuscite a scappare. È una cronaca da mezzogiorno a mezzanotte, da cui emerge uno spaccato della vita delle studentesse nigeriane: famiglie contadine a chilometri di distanza, case senza elettricità, aspettative di una vita diversa che passano per l’istruzione, primi amori, rivalità, logiche di gruppo e qualche cattiveria adolescenziale. Tutto normale, ma anche tutto attraversato dalla paura di un arrivo dei miliziani, che hanno già minacciato le scuole.

Solo un vecchio custode proteggeva la scuola

Alle ragazze era stato detto che se fossero arrivati i terroristi non avrebbero dovuto scappare, perché sarebbero state protette dall’esercito. E così hanno fatto quella notte: sono rimaste ferme ad aspettare gli eventi. Ma a proteggerle c’era solo un anziano custode, «vecchissimo, coperto di rughe», che «camminava zoppicando», riferisce l’Internazionale. Benché si fossero accorte di quello che stava succedendo alcuni minuti prima dell’irruzione, i miliziani hanno avuto gioco facilissimo a radunarle e poi a farle salire su quei camion da cui alcune di loro si sono buttate, dopo aver capito che ormai l’unica salvezza passava per la loro iniziativa e, nei cuori di molte, per l’aiuto di Dio.

La fuga, la paura di essere uccise, l’aiuto dei contadini

«C’erano ragazze che saltavano e ragazze che cadevano. Qualcuna afferrava i rami che la sferzavano dall’alto e si dondolava fino a scomparire nell’oscurità. Scappavano come se avessero saputo cosa le attendeva», racconta ancora Topol, che poi spiega come altre tre ragazze siano invece riuscite a fuggire dopo che i miliziani le avevano fatte scendere e chiuse in un recinto improvvisato di rovi tagliati col machete, con un unico varco presidiato da un uomo armato. «Senza parlare le ragazze sono uscite dal passaggio, hanno girato intorno alla recinzione e si sono accucciate». Avevano detto di aver bisogno di fare la pipì, poi hanno approfittato della distrazione della guardia, attirata dal cibo. Infine, dopo una corsa disperata durata tutta la notte, si sono salvate, come le amiche che si erano buttate giù dal camion, grazie all’aiuto degli abitanti dei villaggi.

Nessuno chiede più #bringbackourgirls

Dal governo nigeriano, invece, nonostante le promesse tardive, non è mai arrivato alcun aiuto e, rileva l’Internazionale, molte domande, dei genitori e degli osservatori, restano senza risposta: «Dov’erano gli insegnanti durante l’attacco? Cos’era successo alle guardie? Come si poteva riaprire una scuola durante un’emergenza senza un piano di sicurezza?». Soprattutto, resta senza risposta la domanda più importante, la stessa che si fanno le ragazze che si sono salvate e che la comunità internazionale, invece, dopo la fiammata della campagna #bringbackourgirls non sembra porsi più: «Come potremo riportare a casa le ragazze?». Fra le sopravvissute c’è chi spera nella preghiera, ma c’è anche chi pensa che «la loro vità è già rovinata. Quando torneranno, nessuno potrà aiutarle. Non saranno più le stesse».