L’inchiesta sul Pd emiliano: anche la sinistra scopre che la politica è ostaggio dei pm

La sinistra giustizialista che stava con i pm senza se e senza ma? Non c’è più. Almeno in Emilia Romagna, dove l’inchiesta che ha decapitato i vertici del Partito democratico ha mandato nel panico tutto il carrozzone rosso. «Per risparmiare tempo, chiediamo alla Procura di Bologna chi vuole alla presidenza della Regione», ironizza Massimo Mezzetti, assessore regionale alla Cultura in quota Sel in Emilia Romagna. Dunque, anche la sinistra radicale, la stessa che in passato brindava al primo avviso di garanzia per un politico di centrodestra, ha cambiato idea. Ancora più in fibrillazione il Pd, dove un pezzo da novanta come l’ex ministro Paolo Gentiloni va oltre: «Non c’è nessun obbligo dal punto di vista giuridico di dimettersi dai propri incarichi nel momento in cui si riceve un’informazione di garanzia. Se si teorizzasse questo obbligo, si teorizzerebbe una barbarie». Secondo Gentiloni «è una scelta politica che dipende dalle persone coinvolte, che possono fare scelte diverse, come è successo ai due candidati del Pd alle primarie in Emilia-Romagna». In questo scenario si sente un po’ come Cassandra il leader dell’Udc, Pierferdinando Casini, che da tempo aveva paventato questo rischio: «I nodi sono venuti al pettine e la politica deve assumersi la responsabilità di decidere. Altrimenti tanto vale andare alla Procura della Repubblica e chiedere a loro il nome del candidato alla presidenza della Regione. Non possiamo accettare l’idea che, dalle candidature alla politica industriale, siano i magistrati a determinare tutto». Alla domanda su che cosa debba fare il Pd ora, Casini replica: «Se la politica continua ad accettare di essere liquidata come un affare da malfattori non andiamo da nessuna parte. Non possiamo avallare l’idea che pasteggiamo tutti ad aragoste a spese dei cittadini». Un ragionamento che rispecchia quello di Linda Lanzillotta: «C’è un problema di oggettiva interferenza, almeno nella vicenda dell’Emilia Romagna, da parte della magistratura», osserva l’esponente di Scelta civica. Un tema sul quale il centrodestra insiste da anni. «Basta un atto unilaterale di un pubblico ministero perché a due candidati, di qualsiasi partito siano, sia inibita la partecipazione a una competizione regionale proprio perché un pubblico ministero li iscrive al registro degli indagati», attacca Francesco Paolo Sisto. Secondo il parlamentare di Forza Italia, «in questo Paese ancora una volta la giustizia vuole comandare sulla politica in barba alla Costituzione. Certi magistrati devono fare un passo indietro perché la politica deve essere indipendente».