Samsung copia Apple e aumenta i prezzi solo da noi. Faranno pagare la Siae agli italiani

Dopo la Apple anche la Samsung ritocca il listino dei suoi prodotti in conseguenza delle nuove tariffe per l’equo compenso nella copia privata. Lo denunciano Siae e Federconsumatori, che annunciano la firma di un protocollo per dare vita ad un osservatorio congiunto a tutela dei consumatori. «Dopo l’adeguamento dell’equo compenso per copia privata, che nelle scorse settimane ha visto Apple scaricare il compenso agli autori sui consumatori – scrivono Siae e Federconsumatori- anche Samsung sta per applicare le maggiorazioni del prezzo dei propri prodotti scaricandole direttamente sulla grande distribuzione. L’azienda, in buona sostanza, sta dicendo alla catena di distribuzione che l’aumento del prezzo del prodotto sul consumatore non lo decide ma fa di tutto per rendere impossibile al distributore di fare altrimenti». Dall’azienda, precisando che i listini dei prezzi vengono rivisti ogni mese, si conferma che è stato anticipato ai distributori che ci saranno alcune variazioni nei prezzi di listino con specifico riguardo ai prodotti citati dal decreto Franceschini. A differenza di Apple, comunque, Samsung non fa vendita diretta e non ha negozi monomarca. I prezzi dei device sono dunque diretti ai commercianti insieme con prezzi “suggeriti” al pubblico.

Nei giorni scorsi la Siae ha dichiarato “guerra” alla Apple, per gli aumenti dei prezzi seguiti all’approvazione del decreto Franceschini sull’equo compenso per la copia privata con un’azione dimostrativa: una decina di iPhone comprati a Nizza, in Francia, «dove costano meno che in Italia a dispetto di una quota per i diritti di copia privata che è il doppio» e regalati pubblicamente a studenti meritevoli dell’Accademia d’arte drammatica, del Centro sperimentale di cinematografia, dell’Accademia di Santa Cecilia. Ma anche ad associazioni attive nel sociale, da Telefono azzurro alla Comunità di San Benedetto al porto di Don Gallo. Il direttore generale della Siae, Gaetano Blandini, ha anche inviato tre lettere di diffida alle tre sedi, in Usa, Italia e Olanda, del colosso americano, accusato di aver messo nero su bianco sulle sue ricevute l’impropria dicitura “copyright levy” ovvero tassa sul diritto d’autore.