Ennesimo stupro di una bambina nell’India che tiene prigionieri i nostri due marò

L’India aggiorna il tragico bilancio dell’orrore perpetrato sulle sue donne. Sulle sue ragazze. Sulle sue bambine. Dal gigante asiatico arriva ancora una storia di brutale sopraffazione: una bimba di 6 anni è stata violentata dal maestro di ginnastica e da una guardia della sua scuola a Bangalore. Il fatto – riferisce la Bbc – risale al 2 luglio scorso, ma i genitori lo hanno scoperto solo due giorni fa, quando la piccola, a causa di dolori allo stomaco, è stata portata in ospedale dove è stata visitata, e dove le hanno riscontrato i segni dell’abuso subito. Le scuole. Le proprie abitazioni. I mezzi di trasporto pubblico. La strada del ritorno a casa. Non c’è un solo posto in cui una donna indiana possa sentirsi al sicuro dall’orco. Dal branco. Dallo stupro commesso nell’indifferenza del resto dell’autobus, del vicino di casa, dell’insegnante di turno. E non c’è tregua, non c’è pietà, quando, dopo l’aggressione e l’abuso, le vittime non vengono impiccate, bruciate, colpite da armi da fuoco. Non c’è fine al calvario delle bambine e delle ragazzine che non solo sono state violentate, ma essendo sopravvissute, hanno anche dovuto lottare contro il pregiudizio, l’ostilità della polizia e delle istituzioni, spesso complici, se non responsabili in prima linea, di un’umiliazione inaudita. E non c’è età che tenga, non c’è remora morale, non c’è vincolo giuridico, non c’è campagna stampa o monito nato dall’indignazione religiosa. Dopo la morte a fine dicembre 2013 di una giovane studentessa picchiata e stuprata da sei uomini su un autobus di Nuova Delhi, morendo poi per le ferite riportate, il caso delle violenze sulle donne è esploso in India, deflagrando in tutta la sua cruda brutalità nel resto del mondo; tanto che il governo indiano, messo all’indice dai media internazionali, si è visto costretto a chiedere a un’apposita commissione di stilare precise linee guida mirate a guidare urgenti riforme politiche e legali, imprimendo una stretta al reato di stupro. Eppure, malgrado l’India abbia reso più rigide le leggi sulle violenze sessuali contro le donne, prevedendo anche la pena di morte in alcuni casi, altre vite sono state ferite, annientate. Come quelle di due sorelle di 14 e 15 anni, violentate, strangolate e poi appese a un albero di mango nel loro villaggio nell’Uttar Pradesh, per cui sono stati arrestati quattro uomini, di cui due poliziotti. O come quella di una donna di 35 anni, sposata e madre di cinque figli, uccisa da alcuni presunti militanti indipendentisti nello Stato settentrionale di Meghalaya, che le hanno fracassato la testa a colpi di fucile automatico per avere resistito ad un tentativo di stupro.

E intanto, il paese in cui la tragedia del femminicidio si rinfocola con ritmo e spietatezza inquietanti, due fucilieri di Marina italiani, Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, ritenuti dalle autorità indiane responsabili della morte di due pescatori nel corso di un’azione anti-pirateria in acque internazionali a largo delle coste del Kerala, sono da oltre due anni e mezzo in ostaggio delle autorità di Nuova Delhi, in attesa di giudizio. Intrappolati nelle maglie diplomatico-processuali di un paese che, definire contraddittorio, sarebbe davvero riduttivo…