Obama invia trecento soldati a Baghdad. I jihadisti a 60 km dalla capitale

Quasi 300 soldati Usa, “equipaggiati per il combattimento”, stanno arrivando a Baghdad, mentre il Pentagono rafforza la sua presenza navale nelle acque del Golfo e alti funzionari del Dipartimento di Stato hanno avuto un primo contatto con diplomatici iraniani per discutere della crisi in Iraq: di fronte all’avanzata qaedista, Obama dispone una serie di risposte e si prepara a ordinare ulteriori contromisure, scegliendo tra una vasta gamma di opzioni, militari (con i droni in primo piano) e non. Opzioni che gli sono state illustrate nel dettaglio nel corso di una riunione che ha avuto con il suo team per la sicurezza nazionale, a cui hanno partecipato tra gli altri i ministri degli Esteri e della Difesa, il direttore dell’intelligence nazionale e quello della Cia, il capo di Stato maggiore interforze, gli ambasciatori Usa all’Onu e a Baghdad. Allo stesso tempo, la Casa Bianca ha comunicato al Congresso che “circa 275 soldati vengono dispiegati in Iraq per fornire sostegno e sicurezza al personale americano dell’ambasciata Usa a Baghdad”. E il Dipartimento di Stato a sua volta ha confermato che a Vienna, a margine dei negoziati sul nucleare iraniano, c’è stata “una breve conversazione” dedicata all’Iraq. Una conversazione che, seppur breve, è stata comunque ad alto livello, visto che vi ha partecipato il vice segretario di Stato William Burns e alti funzionari iraniani, tra cui sembra lo stesso ministro degli Esteri Javad Zarif. Intanto, nelle acque del Golfo è arrivata la nave da trasporto anfibio USS Mesa Verde, che trasporta aerei-elicotteri Osprey MV-22, e si è unita al gruppo navale della portaerei USS George H.W. Bush, che a sua volta dispone di almeno 70 tra caccia e elicotteri ed è scortata dal cacciatorpediniere USS Truxtun e dall’incrociatore USS Philippines Sea, armati con decine di missili da crociera Tomahawk. Tuttavia, affermano diversi esperti, condurre raid aerei contro i jihadisti dello Stato Islamico in Iraq e nel Levante (Isis), ormai sparsi nel territorio iracheno, potrebbe essere un’operazione alquanto complicata. In particolare perché i combattenti dell’Isis si sono impadroniti di diverse città e si sono mischiati ai civili, che potrebbero quindi essere a loro volta colpiti in eventuali bombardamenti. Certo, nel caso si avventurino sulle autostrade in mezzo al deserto, per avanzare e catturare altri obiettivi, il discorso sarebbe diverso. E anche l’utilizzo dei droni non è semplice, anche se da tempo sono lo ‘strumento’ privilegiato dal Pentagono e dall’amministrazione Obama. Soprattutto perché quelli che possono essere armati – Predator e Reaper – non sono in grado di decollare dalle navi. Tutti aspetti tecnici che alimentano peraltro a Washington un vespaio di polemiche e critiche da parte di diversi esponenti politici, che puntano il dito contro l’intelligence Usa e l’amministrazione Obama, affermando che si doveva intervenire prima, visto che le capacità dell’Isis erano chiare sin da gennaio, quando si è impadronito della città di Falluja.

Sul terreno intanto i combattimenti tra i jihadisti e le forze lealiste sono arrivati a Baquba, una sessantina di chilometri da Baghdad. Mentre gli insorti si sono impossessati di gran parte della regione nord-occidentale di Tallafar, di importanza strategica perché permette di controllare l’accesso verso il confine della Siria, dove vaste regioni sono già sotto il controllo dello stesso Isis. La maggior parte dei cittadini italiani che si trovavano in Iraq è stata fatta rientrare ma l’ambasciata – ha fatto sapere il ministro degli Esteri Federica Mogherini – resta “aperta e funzionante” come tutte le altre straniere.