Mugnai: «Sulle foibe non possiamo abbassare la guardia, è una questione di dignità nazionale»

Per un attimo, parlando del Giorno del Ricordo, Franco Mugnai dismette i panni istituzionali di presidente della Fondazione An e spiega: «A parlare di quella tragedia ancora mi commuovo, per questo mi accaloro». Poi, dopo esplicita richiesta, racconta: «Alla fine degli anni Sessanta, durante la mia giovinezza anagrafica e di militanza ho conosciuto tanti esuli, che portavano viva sulla loro pelle la dimensione di quel dramma. Mai a nessuno di loro ho sentito pronunciare parole d’odio. Ho sempre sentito solo parole d’amore per l’Italia. Anche uno dei miei migliori amici proviene da quella tragedia…». È storia personale, quella di Mugnai, ma insieme è anche storia collettiva perché, come lui, generazioni di giovani militanti del Msi prima e di An poi hanno vissuto il dramma delle foibe come un dramma dell’italianità, quindi come un dramma che li riguardava direttamente in quanto italiani. Non a caso proprio all’iniziativa di An si deve l’istituzione, dieci anni fa, del Giorno del Ricordo.

Presidente, come le sono sembrate le celebrazioni di questo decimo anniversario?

Segnate ancora da moltissime ombre. Ci sono stati momenti di autentica commozione, come il concerto di Uto Ughi al Senato, ma registro ancora una forte resistenza psicologica, un persistente negazionismo. Questa è una ferita ancora viva non solo nel ricordo, ma anche nella carne, nel sangue, nelle lacrime di coloro che hanno vissuto quella tragedia, rei soltanto di essere italiani.

Cosa si può fare per contrastare questi fenomeni?

Direi cosa si deve fare… continuare a parlarne, a raccontare, a far emergere quella verità che per troppi anni è stata tenuta sotto una coltre di silenzio. Per questo, come Fondazione An, abbiamo deciso che il Giorno del Ricordo, per noi, durerà un’intera settimana. Abbiamo aspettato la fine delle commemorazioni istituzionali, ritenendo doveroso non sovrapporci, ma ora vogliamo mettere in campo una serie di azioni di convinto, non retorico omaggio alle vittime di quel dramma, che – voglio ribadirlo – fu un dramma dell’italianità, di tutta la nazione.

In cosa consisteranno queste azioni?

Innanzitutto in un lavoro di informazione e sensibilizzazione. Un lavoro che, di fatto, sta anche nel nostro mandato di Fondazione. Il fatto che il dramma vissuto dagli “italiani dell’Est” non sia finito totalmente nell’oblio si deve al Msi e ad An, si deve alla destra italiana. L’istituzione del Giorno del Ricordo è stato un successo della nazione firmato dalla destra, ma quello che è accaduto in questi giorni dimostra che non si può abbassare la guardia, che c’è ancora chi cerca di riportarci agli anni in cui le foibe erano solo “cavità carsiche”. Per questo, in collaborazione con il Secolo d’Italia, abbiamo deciso di continuare ad approfondire il tema dei massacri e dell’esodo. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto, un’operazione verità, che è dovuta alle vittime, al Paese e anche alla nostra storia politica.

Non crede che questo rischi di alimentare la schematizzazione per cui il ricordo delle foibe sarebbe “di destra”?

Guardi, oggi leggevo un’intervista di Pansa in cui giustamente ricordava come per decenni si è accettata la vulgata titina per cui tutti gli italiani erano collusi col fascismo e quindi, di per sé, non solo da considerare nemici, ma da perseguitare in ogni modo. Quello che è avvenuto è stato un tentativo di cancellare ogni traccia di italianità da quelle terre, che storicamente e culturalmente erano italiane. Io sono cresciuto in un partito che faceva dell’amor di patria e della dignità della nazione il proprio faro. Fu in quest’ottica che il Msi e An si impegnarono, alla fine riuscendo nel proprio intento, perché quella tragedia non venisse dimenticata. Qui non si tratta né di parti politiche, né di retoriche nazionaliste. Qui si parla della dignità del nostro popolo, del fatto che tutti gli italiani possano finalmente sentirsi parte di una medesima comunità nazionale, in cui tutti gli orrori sono orrori e tutti sono da ricordare e condannare, senza cercare strumentalizzazioni a fini politici. Mi auguro che si possa trovare la serenità necessaria per arrivare a questo obiettivo. Certamente, è quello che cercheremo di fare noi come Fondazione An.

Le sembra che l’Italia di oggi sia un Paese che difende la dignità del suo popolo?

Pensiamo alla vicenda dei marò, anche quella è – a suo modo, con le sue dimensioni – una tragedia dell’italianità. Anche lì vediamo l’incapacità di difendere la dignità del nostro popolo. Vedere degli appartenenti alle forze armate italiane che rischiano di essere sottoposti a una normativa scritta per i terroristi è qualcosa che qualunque Paese non solo non può accettare, ma non dovrebbe nemmeno lasciar ipotizzare. Quindi, mettiamola così, mi sembra che l’Italia, oggi, sia un Paese in cui ognuno deve fare la sua parte per difendere la dignità del nostro popolo. È quello che cerchiamo di fare anche noi, come Fondazione. Perché è vero che non siamo più un partito, ma è vero anche che manteniamo un ruolo politico.