Basta con i libri dei sogni, bisogna ripartire puntando sulla famiglia e sul recupero della sovranità nazionale

Dagli istituti preposti a fotografare lo stato di salute (?) del Paese continuano a giungere segnali scoraggianti. Secondo l’Istat, nel mese di gennaio di quest’anno  l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività è aumentato dello 0,2 % rispetto al mese precedente e dello 0,7% nei confronti dello scorso anno. Salgono vorticosamente i prezzi dei generi alimentari, per la cura della casa e della persona (+1,3 % su base annua), quasi il doppio dell’inflazione, che resta stabile. Una asimmetria, quella tra aumento dei prezzi al consumo e tenuta dell’indice inflattivo, che il Codacons imputa principalmente alla mancanza delle liberalizzazioni.Se ci fosse un libero mercato, sostiene l’associazione dei consumatori,  i prezzi sarebbero più bassi. Invece, “questa bassa inflazione, tradotta in cifre, equivale, in termini di aumento del costo della vita, ad una stangata annua pari a 234 euro per famiglia di tre persone, 248 per una di quattro componenti”. Senza contare le differenze tra aree e città del Paese. A Bolzano i cittadini pagheranno in media 486 euro in più, a Genova 245. Se la caveranno meglio i romani, cui il Codacons attribuisce un aumento della spesa di 118 euro. Fin qui i dati dell’Istat. Se li confrontiamo con quelli contenuti nel recente rapporto di Confindustria, “Famiglia e lavoro 2013” , il quadro che vien fuori è ancora più impressionante. Rispetto al 2008, le famiglie italiane hanno dovuto tagliare un mese di consumi e lavorare cinque giorni di più per pagare le tasse. Un nucleo familiare su cinque è a rischio default, ossia sull’orlo del fallimento, della bancarotta. È aumentata la povertà relativa. Per il 12,7 % delle famiglie e il 16 degli individui, nel 2012. Su un totale di 25 milioni 366 mila  famiglie, poco più di 5 milioni 244 mila sono quelle che hanno almeno un componente in difficoltà. Tra quelle in difficoltà, un milione e 725 mila si trovano in uno stato di assoluta indigenza. Rispetto al passato, crescono i nuclei monofamiliari: le persone sole , negli ultimi dieci anni, sono passate da cinque ad otto milioni. Gli over 65 che vivono soli hanno superato i quattro milioni. Per non parlare dei dati raccapriccianti sul versante del lavoro. La quota di famiglie con almeno una persona in cerca di lavoro ha superato da un bel pezzo il 10 %.  Quasi due milioni di famiglie sopportano il peso dei cosiddetti Neet, ossia  giovani disoccupati che non studiano nè lavorano. Ci fermiano qui, per carità di patria e per non  annoiare con una sfilza di dati e tabelle statistiche i lettori.  Questi dati, però, ci dicono che così non si può più andare avanti; che il Paese è in uno stato comatoso; che non c’è più tempo da perdere se vogliamo salvarci e rimettere in piedi l’economia. Dal pantano in cui siamo precipitati in questi ultimi anni non si esce se non ci sono idee chiare, riforme adatte e rigorose, uno spirito non remissivo e volontà decidente. Siamo imbrigliati in un tessuto istituzionale corroso dal tempo, labirintico, conflittuale. Ognuno nel suo ambito , si chiami Governo, Parlamento, Regioni, per fermarsi ai rami alti del sistema, consuma il tempo esaltando il proprio lato autoreferenziale. La burocrazia è oppressiva. Andrebbe completamente ripensato il sistema, nel suo complesso. Sapendo, però. che il livello di degrado e di impreparazione, laddove si richiedono competenza, attitudine, dedizione e spirito di servizio verso le istituzioni, è venuto scemando nel corso degli anni. La politica ha offerto spesso, e, purtroppo, continua ad offrire, uno spettacolo penoso e indecoroso, ma le cose, ammettiamolo, non si presentano migliori negli altri luoghi del potere, negli ambiti amministrativi, nelle sedi giurisdizionali, negli istituti scolastici e universitari, in quelli del credito e della previdenza. Se è vero, come annota con asfissiante ripetizione il duo Alesina-Giavazzi (editoriale del Corriere dedicato al nascituro governo Renzi) che sappiamo da tempo quali sono i problemi dell’Italia – ossia debito pubblico, recessione, banche che tengono stretti i cordoni della borsa, disoccupazione soprattutto giovanile, tassazione asfissiante, costi della politica – sicchè “la difficoltà non è individuare le cose da fare, ma metterle in fila e poi affrontarle con determinazione”; se tutto questo è vero,  è  fuor di dubbio che occorrano un inventario di scelte appropriate, una agenda che non si fermi ai titoli e ai buoni propositi. Un programma che scenda nel concreto. Che affronti i problemi per quelli che sono. Senza reticenze e luoghi comuni. Servono scelte capaci di indicare una direzione,  una rotta, un orientamento. Scelte ardite e coraggiose. Scelte in grado, innanzitutto, di restituire dignità e senso alla politica, e di farci recuperare la sovranità che ci è stata sottratta. Quella sovranità che abbiamo ceduto a sfere sovranazionali e  a oscuri poteri finanziari, coperti dall’impunità e inquinati da conflitti di interesse,ci ricordano Giuseppe De Rita e Antonio Galdo nel bel saggio “Il Popolo e gli dei”. Siamo diventati sudditi di regni lontani, è l’amara riflessione dei due autorevoli studiosi. La domanda che si pone è: possiamo uscire da una tale sudditanza e subalternità? Certo, ad una condizione: sapere che “non si riaccende la fiamma dei desideri senza interpretarli, senza individuare un orizzonte condiviso, senza riscoprire il fascino di un sogno collettivo”. Sono alcuni semi di saggezza. Semi utili per far attecchire la pianta del Futuro.