Vent’anni fa la nascita di Alleanza nazionale: dal ghetto alla destra di governo. I pentimenti di Fini

Alleanza nazionale fu tenuta a battesimo vent’anni fa, il 22 gennaio del 1994, con l’assemblea fondativa dei circoli. Il primo atto di un processo che si sarebbe concluso un anno dopo a Fiuggi.  L’ambizione era smisurata: passare dal ghetto alla destra di governo, diventare “presentabili”, rottamare le nostalgie, aggregare i moderati non più spaventati dal neofascismo, da Domenico Fisichella a Publio Fiori, da Gustavo Selva a Gaetano Rebecchini. Venne inaugurata una stagione di profonde speranze sotto lo sguardo scettico degli osservatori, per i quali il cambio di nome, dal Msi ad An, rischiava di essere solo un’operazione di restyling. Il primo problema da affrontare era quello dell’eredità del fascismo, un richiamo che aveva consentito al Msi di essere sostenuto sia dai voti di chi si richiamava al sindacalismo rivoluzionario sia dai voti di chi sognava un fronte anticomunista e una restaurazione autoritaria. Nel 1994 però il richiamo al fascismo diventa qualcosa di ingombrante e di anacronistico: la soluzione furono le tesi di Fiuggi che accolsero l’antifascismo nel patrimonio ideale di Alleanza nazionale (la frase di Gianfranco Fini sul “male assoluto” arriverà molti anni dopo, nel 2003, quando le tesi di Fiuggi avrebbero dovuto essere patrimonio consolidato e metabolizzato dalla base di An, cosa che evidentemente o non era avvenuta o era avvenuta solo in parte). Come sempre avviene quando un partito politico pretende di fare i conti con la storia il rapporto di memoria critica instaurato con il fascismo non convinse appieno né all’interno né all’esterno. Memorabile il giudizio di Marcello Veneziani, intellettuale d’area, che parlò di una liquidazione del fascismo “per via urinaria”, come avviene con un calcolo renale.

Ma l’urgenza della politica chiamava la destra italiana ad altre sfide, e del resto il superamento del Msi e del suo reducismo produsse effetti inimmaginabili negli anni Ottanta: il dibattito sull’abolizione del 25 aprile, le aperture di Luciano Violante sui ragazzi di Salò, il riconoscimento degli orrori compiuti con le foibe. Sotto l’accorta regia di un politico come Giuseppe Tatarella, da sempre convinto assertore della necessità di allargare verso il centro moderato l’area della destra (una riedizione, in pratica, della strategia dell’ex segretario del Msi Arturo Michelini) la destra italiana ormai postmissina si impegna per rappresentare un valore aggiunto nella coalizione di centrodestra. Quella che nasce con An è davvero una forza politica che guarda al futuro e non più al passato e che intende contribuire ai destini della seconda Repubblica puntando sul meglio dell’elaborazione del vecchio Msi, cioè la grande riforma istituzionale, fondata sull’idea presidenzialista.

Il rapporto con Silvio Berlusconi fu da subito di amore ma anche di diffidenza. Un rapporto dialettico. Il Cavaliere era il responsabile dello sdoganamento dei postfascisti o erano stati gli elettori nel 1993 a dare fiducia e a legittimare i missini nel quadro fluido del post-Tangentopoli? La mancata chiarezza su questo punto ha consegnato all’ambiguità i rapporti tra la destra e Berlusconi, tanto che quest’ultimo potè asserire di avere usato con il neofascismo italiano la bacchetta magica, trasformando le zucche in carrozze… La nascita in An dell’influente corrente di minoranza della destra sociale (guidata da Storace e Alemanno) aveva proprio la funzione di impedire la berlusconizzazione della base aennina, tenendo vivo il richiamo all’anima sociale del Msi.  Ma l’omogeneità tra l’elettorato di An e quello di Forza Italia – punto di forza della corrente Destra protagonista impegnata per l’unità delle forze di centrodestra – era nei fatti e fu il substrato del processo che condusse alla frettolosa nascita del Pdl nel 2008 (con le elezioni politiche alle porte). Una tappa cruciale sulla quale Gianfranco Fini, intervistato oggi da Repubblica, recita ancora una volta il mea culpa: “Lo considero il mio errore capitale: non ho capito che la confluenza di An dentro il Pdl avrebbe innescato in Berlusconi l’abbandono di ogni mediazione. Il Pdl doveva essere una risposta al Pd di Veltroni. E’ stato un fallimento”. E anche sui frutti dati da An Fini non è tenero: “Oggi siamo arrivati alla caricatura delle ragioni e dei valori della destra come le intendevo io e, con me, Alleanza nazionale”. Ma la causa di questa nera visione dove va ricercata? Certo appare una scorciatoia far derivare la “decadenza” esclusivamente dalla fusione a freddo tra An e Forza Italia.

La nascita di An vent’anni fa coincise, infine, anche con la profonda trasformazione del movimento giovanile. Il Fronte della gioventù, che aveva nei tempi del Msi rappresentato un’avanguardia critica rispetto al vertice del partito, non potè più assolvere quel ruolo rispetto a una destra di governo che guardava al modello del popolarismo europeo. Se l’infiacchimento del mondo giovanile, con il conseguente abbandono delle piazze, fu uno dei risultati del passaggio dal Msi ad An, il nuovo contenitore giovanile, Azione giovani, continuò a d avere il ruolo di selezionare la classe dirigente. Non a caso Giorgia Meloni, uno dei volti migliori che la destra può oggi mettere in campo, è stata a lungo leader di Ag. Questi ovviamente sono solo appunti a margine di una ricorrenza. C’è da aspettarsi infatti che il ventennale della nascita di An possa aprire una fase di riflessione su un’esperienza politica ancora oggi non conclusa, al di là e oltre la retorica celebrativa. Anche di questo sicuramente si parlerà il prossimo 5 febbraio al Tempio di Adriano a Roma nel convegno che ricorderà la figura di Giuseppe Tatarella (interventi di Alfano, La Russa, Gasparri, Maroni, Mauro, Bocchino). L’occasione per misurare distanze e affinità tra il centrodestra di oggi e quello di allora, dove gli ex missini si muovevano – con entusiasmo e fiducia – ormai pienamente legittimati dopo i decenni vissuti nel polo escluso.