Ruby, ecco la controffensiva del Cavaliere: ricorso in appello “perché il fatto non sussiste”

La portata della controffensiva è racchiusa in quelle sei parole: “assoluzione perché il fatto non sussiste”.
Silvio Berlusconi riapre il fronte giudiziario e, come già ampiamente annunciato a caldo subito dopo la sentenza che lo aveva condannato a sette anni per concussione e prostituzione minorile per il caso “Ruby”, punta a smantellare completamente il teorema accusatorio. «Ero veramente convinto che mi assolvessero perché, nei fatti, non c’era davvero nessuna possibilità di condannarmi. E, invece, è stata emessa una sentenza incredibile, di una violenza mai vista né sentita prima, per cercare di eliminarmi dalla vita politica di questo Paese». Così l’ex-premier, nell’immediatezza, aveva manifestato tutto il suo sconcerto per una decisione, quella dei tre giudici donne della IV Sezione del Tribunale Penale, Orsola De Cristofaro, Carmela D’Elia e la presidente Giulia Turri, che aveva lasciato di stucco parecchie persone ma non l’avvocato Nicolò Ghedini. «La sentenza? Non mi sorprende affatto. Sono due anni e mezzo che diciamo che qui questo processo non si poteva fare. È una sentenza larghissimamente attesa, completamente al di fuori della realtà, fuori da ogni logica. L’accusa di costrizione è allucinante. Un fatto estremamente grave: il Tribunale non ha tenuto conto della realtà processuale. Faremo appello». E la decisione è stata formalizzata con il deposito dell’appello “perché il fatto non sussiste”.
Nelle 480 pagine del ricorso – depositato con qualche giorno di anticipo rispetto a quella che è la scadenza dei termini – i legali dell’ex-premier puntano sul fatto che Ruby ha sempre negato di aver avuto rapporti sessuali con Berlusconi e, di conseguenza, si sottolinea la mancanza del reato. Nelle 326 pagine di motivazioni della sentenza, il Tribunale – che riconoscendo il vincolo della continuazione tra i reati di concussione e prostituzione aveva superato le richieste della Procura portando la pena complessiva a sette anni, un anno in più di quanto richiesto dai pm – aveva scritto che era provato che Berlusconi, quando era presidente del Consiglio, in cambio di denaro e gioielli fece sesso con Ruby.
Secondo i giudici Berlusconi era a conoscenza del fatto che la ragazza era minorenne. Inoltre, sostenevano i giudici, la giovane era stabilmente inserita “nel collaudato sistema prostitutivo ad Arcore” dove, sotto la regia del leader di Forza Italia, secondo il teorema dei magistrati, andava in scena il bunga-bunga.
Inoltre, sempre secondo le teorizzazioni dei magistrati milanesi, l’ex-capo del governo, per evitare che emergesse la vicenda, “abusò” del potere di premier per fare pressioni sui funzionari della Questura di Milano e ottenere il “rilascio” della marocchina accusata di furto.
Ora, con il ricorso in appello depositato oggi, il leader di Forza Italia punta a ribaltare completamente quel verdetto e a ottenere la piena assoluzione per mancanza di prove a suo carico.