Ripubblicata l’autobiografia di Jean Schramme, il “Leopardo” che difese il Katanga

Léopoldville, 30 giugno 1960. In quel giorno torrido, Re Baldovino scese — abbastanza malvolentieri — dal piccolo Belgio nel cuore dell’Africa per concedere l’indipendenza all’immensa colonia creata dal suo avo Leopoldo II. Una folla enorme lo accolse, acclamandolo. Vive le Roi, vive Lumumba. Un trionfo, apparentemente. Ma lungo il percorso, un manifestante si affiancò alla vettura e strappò la spada dal fianco del giovane sovrano. Un gesto fulmineo, provocatorio e terribilmente simbolico che colse di sorpresa il monarca e il suo seguito. Poco dopo, Baldovino dovette subire, al momento della cessione dei poteri, un’arringa confusa quanto violenta di Patrice Lumumba sulle colpe dell’amministrazione coloniale. Terrorizzati dall’eccitazione della folla, i dignitari belgi imposero al loro sovrano un’apparenza di tranquillità e rassegnazione. Poche ore dopo la duplice umiliazione, mentre il Re — furibondo e mortificato — s’involava per la sicura Bruxelles, le milizie lumumbiste iniziavano i saccheggi e le violenze devastando i quartieri della città europea. Il Congo era indipendente. Un’epoca complessa e contradditoria si chiudeva e una terribile tragedia, una delle pagine più crudeli della recente storia africana aveva inizio.

Fu in quei giorni terribili che nacque la leggenda di Jean Schramme, uno dei più celebri “capitani di ventura” del tempo della decolonizzazione, personaggio controverso ma, come conferma la sua autobiografia Battaglione Leopard — rieditata dopo 40 anni dalla giovane casa editrice Il Maglio (pp. 295, euro 25.00) —,  uomo di grande fascino. Nonostante la leggenda nera cucitagli addosso dai media del tempo, il comandante non era un affreux, come furono definiti i mercenari, e nemmeno un “soldato perduto”, ma un colono, un piantatore, esponente di un gruppo sociale poco amato dall’amministrazione belga ma ben radicato nell’enorme colonia equatoriale. Da autentico “africano bianco” Schramme, nonostante il suo patriottismo, disprezzava i poteri ufficiali — responsabili del collasso dell’impero — e immaginava il futuro di quelle terre in un’improbabile comunità “belgo congolese”.

Da qui, una visione romantica e pre-politica della colonizzazione, il rapporto forte con i congolesi, il legame con “sua” terra africana. Un atteggiamento “inattuale” che ricorda i sentimenti dei confederati cantati da Dominque Venner e da Maurice Bardeche, quei Sudisti d’ogni tempo che talvolta «riappaiono sui carri armati, in battle-dress nel fango, sotto l’uniforme “leopardo” sempre fedeli ai loro dei di un tempo, incorreggibili, indistruttibili in mezzo agli uomini, sorgendo come fantasmi nelle città di dove si pensava averli banditi per sempre».

Il libro — un grande successo editoriale negli anni Sessanta — si dipana e s’inoltra nei grovigli della decolonizzazione e della guerra civile: dall’immediata implosione della giovane repubblica e la morte di Lumumba alla secessione del Katanga, dall’intervento dell’Onu e la vittoria dei “centralisti” al ritorno di Tshombe e la sua repentina caduta sino alla vittoria di Mobutu, la battaglia di Bukavu e la resa degli ultimi mercenari.

Battaglione Leopard, quindi, non è solo un bel libro di guerra e d’avventura ma è anche un documento importante per comprendere e capire (almeno in parte) una vicenda intricata quanto opaca. Al tempo stesso, la testimonianza dell’autore, scritta al suo ritorno dall’Africa nel 1969, deve essere valutata con obiettività e contestualizzata correttamente.

Al di là della poesia guerriera che affascinò e illuse migliaia di giovani lettori, la ventura del colonello fu parte piena di una partita geopolitica durissima durante la quale Schramme rivelò notevoli doti militari e — a differenza dei i suoi “colleghi” — indubbie capacità politiche. Il lettore attento ritroverà sparse tra le righe del libro frammenti, bozze di un progetto ambizioso — la fondazione di una comunità euro-africana post-coloniale — e accenni, richiami, più o meno velati, alle responsabilità di Bruxelles e delle potenze straniere.

Per il “Leopardo”, com’era chiamato dai suoi uomini — la difesa accanita del Katanga, dove si era rifugiato dopo esser sfuggito alla mattanza degli europei nel luglio ‘60, non fu un beau geste fine a stesso, ma un dovere preciso verso le sue due patrie, l’antica e la nuova. Una missione. Agli occhi di Schramme la repubblica di Moise Tshombe, il capo federalista in rivolta contro il governo centrale — prima filocomunista con Lumumba e, poi, pro kennediano con Cyrille Adoula —, poteva diventare una barriera contro gli imperialismi delle super potenze e un banco di prova di una rinnovata presenza del Belgio nel cuore dell’Africa. Da qui le preoccupazioni dell’ex colono verso l’invasività degli USA e della Francia degaullista — si vedano, per esempio, la segnalazione della presenza ad Elisabethville del colonello Trinquier, il teorico della “guerra rivoluzionaria”, e la diffidenza, peraltro giustificata, verso Bob Denard, le corsaire de la République  —, la distanza dai “soldati di ventura” — considerati indisciplinati, poco affidabili e privi di coscienza politica —, e la volontà di formare reparti indigeni — come, appunto le Bataillon Leopard —  con quadri quasi esclusivamente nazionali.

Un progetto sinergico — e Schramme ne era pienamente consapevole — ai non disinteressati piani di segmenti importanti del potere metropolitano — la Casa Reale, i generali, la SGB, l’Union Miniére, persino la Sabena — che appoggiarono con forza la secessione di una delle regioni più ricche di materie prime del mondo.

Un filo robusto continuò a legare il “Leopardo” alle potenti centrali brussellesi anche quando il loro sostegno alla causa venne a mancare. Non casualmente, dopo la prima caduta di Tschombe e la fine del Katanga indipendente, la piccola armata dell’ex colono riuscì a ritirarsi invitta e quasi intatta in Angola e presso i portoghesi trovò rifugio, protezione e armi. Nel giugno ’64 il battaglione riattraversò il confine: i belgi, con l’appoggio degli americani e dei francesi, avevano convinto il presidente Kasa-Vubu ad affidare a Tschombe il governo della sfortunata repubblica africana. A Schramme, nuovamente al comando, fu affidato il compito di schiacciare la ribellione delle provincie più irrequiete e di riorganizzare l’esercito congolese. Il sogno del combattivo africain blanc sembrava sul punto di realizzarsi: il Congo, o almeno una parte, rientrava nell’orbita belga con un gruppo dirigente nuovo, moderno e multirazziale.

L’ennesima illusione. La madrepatria, dopo aver assorbito senza fatica gli ex coloniali e riorientato gli investimenti, decise di modificare le sue politiche africane: per il Belgio, ormai attore dell’economia globale, il lontano Congo divenne un problema sempre più secondario e presto l’unico interlocutore locale divenne l’ex sergente Joseph Désiré Mobutu.

Nel regno del dittatore — una vera e propria cleptocrazia — per Jean Schramme non vi era più posto. Tradito da Denard, incalzato dall’intera armata congolese (armata dagli americani e dagli israeliani), dopo un epico assedio durato tre mesi, il condottiero varcava la frontiera del Ruanda. Il 5 novembre 1967 la lunga avventura del “Leopardo” si chiudeva, un tempo era finito. Senza pace, senza giustizia.