Rimpasto: una partita a scacchi che rischia di far saltare il governo

La bagarre si è scatenata. Ma quale legge elettorale, quali provvedimenti sul lavoro, quali argini per limitare la dilagante disoccupazione. La nuova frontiera politica della maggioranza si chiama “rimpasto”. Un’idea nuovissima, come sappiamo. L’assalto alla poltrona è lo sport “estremo” della partitocrazia da quasi settant’anni. Come una posizione vacilla, parte la destrutturazione del governo per poterlo ristrutturare. Così il “caso De Girolamo” sembra come il cacio sui maccheroni per coloro che aspettavano l’occasione propizia per lanciarsi in un vorticoso giro di valzer che dovrebbe portare addirittura a varare un Letta bis, mentre – paradossalmente – il “Letta uno” vacilla pericolosamente sotto i colpi che gli sta dando Renzi e per l’inagibilità oggettiva dovuta alla eterogenea composizione della coalizione che lo sostiene.

In altri termini: non si può muovere perché ciò che vogliono alcuni è avversato dagli altri. Ci sarà da ridere (amaro) quando il confronto sulla legge elettorale entrerà nel vivo: non c’è una posizione comune e condivisa; ognuno pensa al suo orticello e al suo destino. Non è improbabile che si torni a votare con la legge attuale depurata dallo spropositato premio di maggioranza e dall’impossibilità di scegliere il candidato preferito. Se dovesse andare così, si tornerebbe al vecchio sistema abbandonato vent’anni fa e, dunque, alla restaurazione di un proporzionale puro che non dispiace a tantissimi, con tutto quel che segue. Anche questa potrebbe essere annoverata tra le anomalie italiane che ormai riempiono un’intera enciclopedia.

Torniamo alle poltrone. Dunque, grazie alla De Girolamo che per quanto abbia intenzione di resistere all’Agricoltura, ci sembra di capire che prima o poi dovrà sgombrare il campo, si aprirà a giorni un contenzioso che potrebbe perfino sfociare in una vera e propria crisi di governo, formalizzata davanti al capo dello Stato, per la fragilità dei ministri nel mirino della maggioranza stessa e dell’opposizione. Il cambio della guardia non dovrebbe riguardare, a quel che si dice, soltanto il ministro beneventano. Sono in trepida attesa di conoscere il loro destino, per le ragioni più varie, il ministro dell’Interno Alfano, del Lavoro Giovannini, dello Sviluppo economico Zanonato, dei Beni culturali Bray, della Giustizia Cancellieri, dell’Istruzione Carrozza.

Non crediamo che verranno cambiati tutti: se accadesse sarebbe davvero un altro governo (cosa non impossibile). Tuttavia le fibrillazioni negli stessi partiti di appartenenza, fanno intendere che tra pochi giorni nulla sarà come prima. Chi per incidenti di percorso, chi per manifesta inadeguatezza al ruolo, chi per far posto ad altri dal momento che la maggioranza è radicalmente cambiata, più d’uno insomma dovrà abbandonare il posto che occupa per cederlo ad altri.

Renzi non si sporca le mani: ci mancherebbe altro. E, dunque, non vuol sentir parlare di “rimpasto”. Ma qualcuno davvero crede che il segretario fiorentino quando sente volare almeno i nomi del suo partito che aspirerebbero ad entrare nell’esecutivo si rinchiuda in pensosa clausura, come un Savonarola redivivo, e lasci fare ai suoi collaboratori? Non prendiamoci in giro: ieri è andato a trovare da Napolitano e, a quel che si sa, sembra che si siano accordati sulla prossima partita a scacchi che si giocherà al Quirinale. Chiamiamola partita a scacchi. E’ molto più glamour di “rimpasto” o di qualcosa che comunque gli assomiglia.