Berlusconi ribattezza Forza Italia. E invita a non alzare i toni: con Alfano saremo in coalizione

Il Consiglio nazionale sancisce la fine del Pdl e la rinascita di Forza Italia. Alfano e i dirigenti che a lui fanno capo non partecipano alla riunione. Silvio Berlusconi va al microfono attorno alle 11,15 e traccia subito la strada: il Pdl può restare come sigla utilizzabile per il raggruppamento di tutti i moderati.

Il Cavaliere fa appello ai giovani e ai professionisti invitandoli a dedicare il loro impegno alla politica perché la classe dirigente del Paese deve essere formata con il contributo di tutti. Sul nome “Pdl” Berlusconi dice che la sigla aveva ormai soppiantato l’espressione, assai più bella, di “popolo della libertà”. «Forza Italia è il nome che abbiamo ancora tutti nel cuore».

Berlusconi si sofferma della divisione che si è verificata con Alfano e il suo gruppo che «va contro la missione di unire i moderati». Che cosa è successo? Non differenze su programmi e valori ma «distanze tra singole persone, si è creata un’atmosfera grigia, si sono rincorse le agenzie dell’uno e dell’altro schieramento, con offese e repliche con altre offese». Berlusconi dice di avere cercato di evitare la spaccatura, di avere cercato un accordo con i ministri azzurri che però hanno chiesto all’ultimo momento la convocazione dell’ufficio di presidenza per ieri sera. Una riunione necessaria per modificare il documento che oggi è stato votato in Consiglio nazionale.

Il Cav spiega di avere offerto due condizioni agli alfaniani: decidere l’atteggiamento da tenere sulla decadenza affidandolo alla riunione di un nuovo Consiglio nazionale e creare in Forza Italia un organismo a garanzia di tutti. La risposta, aggiunge Berlusconi mostrandosi commosso, è stata affidata alle agenzie. «Hanno scelto di formare un nuovo gruppo parlamentare, di chiamarsi nuovo centrodestra, non mi embra un nome efficace. Potevano chiamarsi cugini d’Italia visto che c’è già Fratelli d’Italia». In sala molti gridano insulti contro gli scissionisti e qualcuno urla “traditori”. Berlusconi però chiarisce: «Non scaviamo un solco con loro, perché dovranno anche loro far parte dello schieramento dei moderati uniti». Poi sottolinea: “È difficile essere alleati in Parlamento e sedere allo stesso tavolo in Cdm con chi vuole uccidere politicamente il leader di un partito». confermando che la vera divisione con gli alfaniani è avvenuta sul tema della decadenza.

Il leader di Forza Italia parla inoltre di Europa e di giustizia.  Sulla sua esperienza di governo dice: «Alla Merkel e Sarkozy dava fastidio questo signore che era seduto al tavolo dei capi di stato e governo e aveva l’esperienza e la voglia di dire no a molte delle loro proposte che apparivano a me insensate». Quindi critica i ministri del governo Letta, tra cui anche Alfano e quelli del Pdl, affermando di «non vedere ministri capaci di farsi ascoltare in Europa». Quanto alla giustizia sottolinea: «Abbiamo una giustizia civile vicina al Gabon al 126esimo posto, di quella penale meglio non parlarne…». E ancora: «Abbiamo una magistratura che, unica nei Paesi civili, è incontrollabile, irresponsabile e se sbaglia fruisce di un’assoluta impunità».

Perché Forza Italia? «Perché siamo degli ottimisti e ci riproviamo ancora». Berlusconi dice che bisogna cambiare struttura e organizzazione. Chi fa politica «il sabato e la domenica non va in vacanza». Occorre tornare a lavorare sul territorio: «Abbiamo pensato di ritornare ai club, il nome dei quali sarà Forza Silvio». Il territorio sarà diviso in zone affidate alla responsabilità dei parlamentari e dei consiglieri regionali, provinciali e comunali che si occuperanno di fondare i club, la cui finalità sarà di identificare delle «sentinelle del voto, quattro per ogni sezione elettorale che sappiano contrastare dialetticamente la sinistra e i professionisti dei brogli». I club dovranno però anche occuparsi di volontariato perché «troppe persone in Italia soffrono la miseria». Berlusconi conclude incitando i suoi a stare insieme con passione e con coraggio per vivere in uno Stato in cui «non ci siano giudici che possano eliminare gli avversari politici, uno Stato che garantisca a tutti delle condizioni di vera e completa libertà».