A Raqqa, in Siria, si combatte anche con i cartelli contro Al Qaeda. È la battaglia di Suad Nofal

Suad Nofal è stata tra i primi a scendere in piazza per protestare contro il governo Assad. Eppure, i sogni di liberazione si sono trasformati con chiarezza nell’incubo di una guerra che ha cambiato repentinamente il volto del nemico.  Gli attivisti come Suad Nofal hanno ricominciato a protestare, ma questa volta contro i ribelli delle prime ore, contro gli estremisti interni, contro falangi rivoluzionarie che, assunto il controllo della situazione, hanno iniziato a rapire e torturare, macchiandosi delle stesso colpe per cui dicevano di essere scesi in piazza contro il regime. Ma Suad non si è lasciata intimidire e ha continuato la sua lotta per la libertà, anche quando a osteggiarla sono stati i “persecutori” dell’esercito islamico dell’Iraq e del Levante, l’emanazione di Al Qaeda che ormai detta la sua legge in questa città della Siria orientale.

Ora Suad è rimasta sola a sfidare ogni giorno qaedisti e fondamentalisti religiosi, miliziani e infiltrati, soldati di un esercito apolide senza vessilli riconoscibili che, come recitava uno dei tanti cartelli esibiti dalla quarantenne siriana, si sono impossessati di «una rivoluzione partita da persone oneste e rubata dai ladri». Una guerra combattuta da mesi in prima persona, quella di Suad, contro tutto e tutti, corazzata solo di un coraggio che non accenna a scemare neppure di fronte alle continue minacce di morte. Una protesta, la sua, che a Raqqa (nella Siria centro-settentrionale) si ripete quotidianamente tuonando sempre e comunque contro la presenza di jihadisti: e ai suoi nemici armati e in passamontagna nero, la donna, fieramente in pantaloni, risponde con cartelli che destituiscono di fondamento grida di battaglia e certezze fondamentaliste, ricordando, come riporta oggi un reportage del Corriere della sera, che «i musulmani che versano il sangue di altri musulmani sono peccatori», e accusando i miliziani di «dormire in castelli mentre la gente muore».

Ma oggi, più che le parole di Suad sventolate sull’immancabile cartello che brandisce come una spada, sono i pantaloni indossati a rappresentare un’arma e un simbolo. E lei rivendica: «Indosso questi pantaloni da trent’anni, in casa e fuori: è il mio modo di vestire che li fa veramente infuriare. Il peccato non è una donna che porta i pantaloni, sono le loro maschere nere, simbolo della sopraffazione, a essere contro l’Islam». Intanto lei, a  mani nude anche se vestita di calzoni, combatte: nonostante i kalashnikov, i rifugi segreti, l’accusa di essere un’apostata – che dà a chiunque la incontri il diritto di ucciderla e metterla a tacere per sempre, spargendo impunemente il suo sangue – continua a rimanere in Siria e a scrivere e urlare la sua presenza.