Rivincita sulla razzìa del “made in Italy”: l’Amaretto Disaronno “compra” il Walsh Whiskey irlandese

In epoca di cessioni all’estero eccellenti, la notizia di un’industria italiana che va alla conquista di marchi stranieri non passa inosservata. Così, non a caso, l’Amaretto Disaronno che acquisisce il 50% dell’irlandese Walsh Whiskey Distillery si guadagna uno spazio anche sul Financial Times.

Il quotidiano della City riporta una lunga intervista all’Ad Augusto Reina, che chiarisce come questo investimento, pari a 25 milioni di euro, sia frutto di una strategia di diversificazione ed espansione che Illva Saronno sta portando avanti già da qualche anno, comprando nei mercati emergenti, come quello cinese e indiano, e nei settori in ascesa, come quello del whiskey.

«Abbiamo sempre tenuto d’occhio il mondo del whiskey perché è un settore importante nel business dei liquori e al momento il whiskey irlandese è il segmento col più alto tasso di crescita», ha spiegato Reina, ricordando che nel 2005 l’azienda ha acquisito il 33% del principale produttore cinese di vini: la Yantai Changyu Pioneer Wine per 58 milioni di dollari. «Quando abbiamo comprato la quota – ha sottolineato – il fatturato era di 50 milioni di dollari l’anno mentre ora è di 800 milioni di dollari l’anno».

Se si considera la lunga lista di brand nazionali finiti in mani straniere, l’acquisizione della Illva Saronno suona in qualche modo come un riscatto, tanto più che a fare le spese della “colonizzazione” industriale sono spesso proprio quei marchi del food&beverage che maggiormente identificano l’industria “made in Italy”.

Per fermarsi al solo 2013, per esempio, appena due mesi fa Riso Scotti è passato alla multinazionale spagnola Ebro Food, a luglio Pernigotti è diventata turca e ad aprile anche il Chianti Classico è partito per altri lidi, diventando cinese. Se poi si va indietro nel tempo, come ricordato dal Secolo in occasione del passaggio di Telecom a Telefonica, il catalogo dei prodotti denazionalizzati diventa un bollettino di guerra: Fiorucci, Star, Eridiana, Bertolli, Parmalat, Gancia, Orzo Bimbo, Galbani, Carapelli. E questo senza spingersi fino al 1988, quando la Nestlè fece man bassa di Olio Sasso, Peroni, Invernizzi, Locatelli, Stock, San Pellegrino, Antica Gelateria del Corso, Buitoni e Perugina.

La vicenda dell’Amaretto Disaronno con il whiskey irlandese, comunque, non è isolata, come ha evidenziato di recente uno studio sugli investimenti italiani all’estero e viceversa realizzato da Kpmg per il Corriere della Sera.

Il rapporto, pubblicato a settembre, illustra per il primo semestre del 2013 casi come quello di Erg, che si è accaparrata l’80% dell’inglese Ip Maestrale investment, di Fincantieri, che ha acquistato più del 50% del gruppo norvegese Stx Osv As, o di Investindustrial che ha fatto proprio il 37,5% di un’azienda-simbolo come la britannica Aston Martin. Per gli anni scorsi, poi, si segnalano, tra le altre, le acquisizioni di Eni, che in un quinquennio ha realizzato una decina di “colpi” in giro per il mondo, di Amplifon, che ha acquisito la proprietà del gruppo australiano Nhc, di Luxottica, che ha acquisito Rayban, di Pirelli che si è aggiudicata la holding svedese Dackia, o, per tornare al settore della Illva Saronno, della Campari, che ha fatto “shopping” dagli Usa alla Gamaica.

Nonostante questi esempi di eccellenza, però, lo studio mostra un bilancio negativo per il Belpaese: si parla di un rapporto di uno a due. A ogni miliardo investito dalle nostre aziende all’estero ne corrispondono due investiti dalle aziende estere in Italia, per un giro d’affari che dal 2009 è stato di 241 operazioni per 23,1 miliardi (le acquisizioni italiane) a fronte di 363 operazioni per 47 miliardi (le italiane acquisite). Un bilancio che, secondo gli analisti, è dovuto in gran parte alle dimensioni delle aziende italiane, troppo piccole per il mercato globale, e si potrebbe risolvere con un cambio culturale da parte degli imprenditori e leggi sul lavoro più adeguate da parte dello Stato.