Ricordate lo spazzacamino di Mary Poppins? In Italia è tornato di moda (grazie alla crisi)

La crisi, come un moderno “big bang”, ha disintegrato certezze facendo deflagrare conseguenze e ripercussioni sul mondo del lavoro: falcidiando i livelli occupazionali, prima, negando spirito imprenditoriale e inibendo coraggio manageriale, poi. Botteghe e imprese tirano giù la serranda continuamente, costringendo i lavoratori – ex come futuri – a ripensamenti nostalgici e rivalutazioni etiche. Così, con la recessione tornano in voga nel Bel Paese i mestieri più antichi, dagli spazzacamini (sono 315, +18% rispetto al 2011) agli ombrellai, fino ai giostrai (+15,6%). Molti ma non tutti i lavori di ieri, certo, (almeno per il momento), se è vero che, in termini percentuali, materassai (-11,1%) e stagnini (-18,8% in due anni) non possono vantare nuovi primati positivi da segnalare. Una sostanziale marcia indietro, dunque, quella che si registra nelle scelte professionali odierne, che emerge da elaborazioni dell’Ufficio studi della Camera di commercio di Monza e Brianza su dati Registro Imprese e che – corsi e ricorsi storici – segna una spinta propulsiva inattesa per mestieri negli ultimi decenni finiti in soffitta e dimenticati nella naftalina, scalzati nell’era dell’edonismo professionale e dell’opulenza industriale, da nuove e più sfrontate e seduttive ambizioni occupazionali. Mire e miraggi che, lentamente ma inesorabilmente, avrebbero travolto in un oblio – che oggi scopriamo essere stato temporaneo – vecchie scuole di pensiero, scelte di vita e mestieri dal sapore antico: quelli che non implicavano conoscenze informatiche. Specializzazioni e attestati di merito. Quelli che si tramandavano per tradizione familiare e che si imparavano rubando procedimenti e astuzie con gli occhi. Quelli dei manufatti e della sapienza artigianale. Quelli che gradualmente sarebbero stati surclassati da progettualità lavorative cresciute con l’evoluzione di mode studentesche e costumi sociali, cedendo al culto esterofilo di lauree e phd conseguiti lontani da casa. Un processo che nel tempo ha alimentato un’inflazione di professioni blasonate che, in nome delle più moderne competenze, ha ingorgato di nuove professionalità il mondo del lavoro. Una realtà che oggi, declinata al quadro economico internazionale, si vede costretta a ribaltare abitudini e a smentire convinzioni valide fino a ieri. Così, dai dati forniti dall’ente camerale, si scopre che complessivamente tra arrotini, ricamatrici, liutai, intagliatori, materassai, accalappiacani, fabbri, barbieri, spazzacamini e giostrai, sono quasi 30.000 le professioni dal “sapore antico” – come li definisce la Camera di Commercio – attive nel nostro Paese, o che preferiscono scegliere il nome di un tempo. Attività al centro di un grande ritorno di fiamma sociale e di un incoraggiante rilancio economico. E allora, il report ci dice anche che resistono, ad esempio, 369 imprese di arrotini, soprattutto in Emilia Romagna (68) e Lombardia (54). E ancora, 69 magnani o stagnini. Che scelgono la vecchia dicitura anche 14 mila parrucchieri – che usano l’antico nome di barbiere – per lo più in Campania (2.492) e Sicilia (2.198), così come chi pulisce le canne fumarie e ama riconoscersi ancora come spazzacamino (315). Infine sono oltre 200 le merlettaie e ricamatrici (+4,1% in due anni), figure che nell’immaginario si credeva archiviate nel cassetto dei ricordi di nonne e bisnonne. Negli album di famiglia che possono vantare fotografie in bianco e nero, sublimate nei racconti di romanzi d’epoca e nei dipinti di Vermeer.