“Genitore 1” e “genitore 2”? La psicologa Oliverio Ferraris: una violenza lessicale

Non è solo un fatto di modulistica né di rivoluzione lessicale. La proposta di sostituire le parole “padre” e “madre” (concetti obsoleti dice il ministro Cécile Kyenge) con l’espressione più moderna e à la page di “genitore 1” e “genitore 2” continua a far discutere e a dividere. Soprattutto dopo la decisione del Comune di Bologna di cancellare dai moduli di iscrizione alla scuola materna il riferimento al padre e alla madre. Il capoluogo emiliano ha adottato la proposta della consigliera comunale di Venezia, Camilla Seibezzi, che ha suggerito la nuova formula per evitare che i bambini si sentano “diversi” dagli altri. Parola d’ordine: annullare (per editto) la distinzione fra coppie di genitori eterosessuali e gay, usando un termine più “inclusivo“. Arricchimento o impoverimento? Oggi Pierluigi Battista nell’editoriale La mania del politicamente corretto che sfida il ruolo di mamma e papà  commenta con amarezza la moda che «predilige le parole alla riforma delle cose». Desertificare la genitorialità, non dire, sottrarre, rendere tutto neutro, asettico, burocratico, surreale. Chi davvero può sentirsi offeso se si menziona l’espressione madre e padre? «Solo chi è in possesso di una sindrome della dittatura lessicale» che nasconde l’impotenza della politica a modificare le cose con la saggezza delle leggi». Ne parliamo con Anna Oliverio Ferraris, direttrice della rivista Psicologia contemporanea e autrice, tra l’altro, de Il terzo genitore. Vivere con i figli dell’altro.

Le piace questa rivoluzione lessicale che manda in pensione la mamma e il papà?

È un’idea molto artificiale, calata dall’alto, che non rispetta il linguaggio cognitivo del bambino. Tra l’altro “1” e “2” dà l’idea di una gerarchia come se uno valesse più dell’altro. Non si possono  cambiare di punto in bianco termini di una lunga tradizione che da sempre appartengono al quotidiano dei bambini. Anche se nei documenti scriviamo “genitore 1” e “genitore 2” chi nella pratica lo adotterebbe?

La modulistica si sostituisce al vissuto familiare?

È una bizzarrìa burocratica che acuisce il distacco tra un documento, con cui tra l’altro il bambino non viene mai in contatto, e la realtà. Una mossa degli adulti  che non tocca la vita quotidiana. Vedo che le famiglie omosessuali si affannano a sperimentare soluzioni del tipo “mamma” e “babba”…  Ma il problema scoppia quando si fa il confronto con gli “altri” bambini.

Lì la fantasia non regge più?

Le parole mamma e papà sono legate a una questione fisiologica. Non a caso la parola “mamma” è simile nel suono in tutte le lingue del mondo, persino in giapponese, perché dipende dalle capacità del bambino di pronunciare le labiali. “Ma-mma”, “pa-ppa”, “pa-pa” rientrano nel vocabolario naturale del bambino fin dai primi nove mesi di vita. I bambini hanno capacità linguistiche innate, sta all’adulto attribuire un significato a questi suoni per comunicare.

La proposta nasconde anche un’ignoranza della psicologia infrantile?

Ma certo, la parola “genitore” non è nel patrimonio genetico del linguaggio del bambino. Ha ragione Battista, siamo alla dittatura lessicale degli adulti. In Svezia, per esempio, vogliono abolire  il genere maschile e femminile per esprimere la differenza di genere  in termini neutri. Ma perché? Le differenza anatomiche esistono, il bambino ne fa esperienza già al nido ed è portato a dargli un nome, a distinguere il maschio e dalla femmina: fa parte del suo sviluppo logico e cognitivo. Che si diano una calmata…

L’obiettivo è l’indifferenzialismo…

Sì la logica del “tutti uguali”, ma noi accettiamo le diversità , le ri-conosciamo e le rispettiamo. Vanno bene le famiglie omosessuali dove sarà il nucleo a trovare al suo interno le modalità di comunicazione e di relazione. Ma imporre dall’alto definizioni ingessate che sanno di burocrazia è una violenza perché non nascono dall’interno, dal vissuto.