Donne e spot: meglio della Boldrini fece Lucio Battisti con il suo “canto brasileiro”. E parliamo di 40 anni fa…

Mai più donne che servono a tavola. Lo slogan-manifesto di Laura Boldrini ha acceso gli animi e le polemiche. Mai luogo comune fu più commentato di questo. E c’è da aggiungere che si tratta anche di un’osservazione assai datata. Gli studi sugli stereotipi femminili nella pubblicità già dagli anni Ottanta segnalavano un’inversione di tendenza negli spot: basta con le casalinghe indaffarate, occorre variare i modelli femminili. E poiché i pubblicitari devono vendere e non fare ideologia, le agenzie di marketing si sono adeguate. Inoltre, con tutti gli aspiranti chef che si vedono in tv, la presidente della Camera con il suo appello è apparsa alquanto distante da quello che si definisce per convenzione come “sentire comune”. Non solo le donne vogliono cucinare e raggiungere primati tra i fornelli, ma anche gli uomini, e gli anziani, e i ragazzini. Le distinzioni di genere, in questo campo, sono superatissime.

Con piglio anticonformista Pietrangelo Buttafuoco su Il Foglio contesta Laura Boldrini con un esplicito “Elogio della massaia rurale” in cui difende l’onorabilità e la dignità della funzione dell’accudire. E cita una canzone di Lucio Battisti che, oltre ad esaltare la vita del contadino, ne sottolineava i virili ordini alla compagna scanditi dall’alba al tramonto. Della serie voglio questo e voglio quello: dal caffellatte del mattino al letto caldo della sera, dove lei deve essere “dolce e impetuosa” dopo avere ascoltato tutto ciò di cui lui voleva parlare. Era il 1973 quando Lucio Battisti cantava queste strofe per l’epoca molto trasgressive. Ma nello stesso anno, stesso album (Il nostro caro angelo) Battisti cantava un’altra canzone – testo ovviamente di Mogol – che anticipava di decenni il lamento di Laura Boldrini. Si chiamava “Ma è un canto brasileiro”   e se la prendeva con la “farsa” che i “persuasori occulti”, cioè i pubblicitari, allestivano sfruttando la figura femminile, triste “comparsa” di una recita consumistica.

“Io non ti voglio piu’ vedere/mi fai tanto male/con quel sorriso professionale/sopra a un cartellone di sei metri/od attaccata sopra a tutti i vetri./Non ti voglio piu’ vedere cara/mentre sorseggi un’aranciata amara/con l’espressione estasiata/di chi ha raggiunto finalmente un traguardo./ Io non ti voglio piu’ vedere sul muro/davanti ad un bucato/dove qualcuno ci ha disegnato/pornografie a buon mercato/Oh no non ti voglio vedere/intanto che cucini gli spaghetti/con pomodoro peso-verita’ tre etti/mentre un imbecille entrando dalla porta/grida un evviva con la bocca aperta…”.  E qua c’era già tutto: l’antimercatismo oggi rispolverato dai grillini, la rivendicazione della femminilità fuori dagli schemi che a Buttafuoco piacerebbe recuperare, l’indice puntato contro il falso racconto dei pubblicitari sulla “casalinga tutta veleno”. Laura Boldrini arriva, dopo quarant’anni, abbastanza in ritardo a battere questi tasti. E il duo Battisti-Mogol, rispetto alla sua pallida rivendicazione, rimane sempre il numero uno.