Nozze gay e follie lessicali: i dizionari cambiano il termine “matrimonio”. È il Pensiero Unico, bellezza…

Finalmente ci sono riusciti. Dopo la “cacciata” di padre e madre in favore di “genitore A e genitore B” nel testo di legge francese che regole le unioni tra persone dello stesso sesso e le adozioni – vecchio sogno di Zapatero – il fiume di ipocrisia è arrivato nel Regno Unito. Qui è ancora più “raffinata” l’operazione di smantellamento dei capisaldi su cui anche da un punto di vista lessicale, che piaccia o no, si è basata la storia dell’umanità. Infatti dopo l’introduzione della nuova legge che regola le nozze gay in Inghilterra e Galles, cambia addirittura la definizione del termine “matrimonio” nei dizionari. Nel senso che il termine viene proprio espunto. E parliamo dei dizionari di lingua inglese più autorevoli, come Collins, Macmillan e Oxford – informa il Times – che verranno poi aggiornati anche nelle prossime edizioni cartacee. Per quanto riguarda Collins, per esempio, si passa dalla definizione classica di una unione legale o contratto “effettuato tra un uomo e una donna per vivere come marito e moglie” alla formula inderminata “effettuato tra due persone per vivere insieme”.

Per quanto riguarda il dizionario Macmillan, alla definizione di “relazione tra due persone che sono marito e moglie” si aggiunge “o di una simile relazione tra persone dello stesso sesso”. Mentre l’autorevole e blasonato dizionario Oxford include adesso una nota in cui si precisa che il termine matrimonio “adesso è a volte usato con riferimento a relazioni di lungo termine tra partner dello stesso sesso”: della serie, matrimonio, non ti espungo ma ti stravolgo. Non c’è niente di bello né alcuna conquista di civiltà dietro questa sudditanza lessicale a un costume che cambia. Questo non ha nulla a che vedere con il rispetto che si deve alle scelte individuali e con il rifiuto di ogni tipo di discriminazione. Ma di certo solo chi non vuol vedere non si accorge che siamo di fronte a una discriminazione al contrario, considerando, di fatto, il termine “matrimonio” politicamente scorretto. Siamo alla follia. Il riconoscersi in una rete di parentela certa e non indistinta è l’unica forma di identità che l’uomo conosce. Il matrimonio è un’istituzione che riflette semplicemente questo dato di fatto. Ora si pretende di depennare o trasformare tutto questo con un tratto di penna come se fosse uno scherzetto da eruditi, bravi con le parole nel coniare formule indistinte e asessuate sostitutive. Ma sostitutive di che cosa? Non è in discussione la sacrosanta richiesta di rispetto e di diritti, ma la pretesa di ottenerli scardinando linguaggi e termini frutto di cultura e identità, non è proprio accettabile. Capiterà, prima o poi che qualcuno, in nome del politicamente corretto, se sente per strada un bambino chiamare “mamma” una signora, la denuncerà per discriminazione? E se per sbaglio un cittadino di sua maestà britannica scrivesse o pronunciasse marriage, wedding o matrimony farebbe parte di una minoranza reazionaria? Dovrebbe sentirsi in colpa e sentirsi un clandestino? Meraviglie del “Pensiero unico”, bellezza…