Vent’anni fa l’agguato al Checkpoint Pasta di Mogadiscio. Paglia: «Un sacrifico dimenticato»

Sono passati venti anni da quel 2 luglio 1993 quando nella battaglia del Checkpoint Pasta, uno scontro a fuoco tra truppe italiane in missione umanitaria a Mogadiscio e ribelli somali, morirono il Sottotenente Andrea Millevoi, il Sergente Maggiore Stefano Paolicchi, e il caporale Pasquale Baccaro, e vennero feriti gravemente molti militari, tra cui l’allora sottotenente Gianfranco Paglia, paracadutista a cui è stata conferita la medaglia d’oro al valore militare per l’azione compiuta. Quel giorno, due colonne meccanizzate italiane, composte principalmente da paracadutisti, avevano il compito di rastrellare un quartiere settentrionale della città. «Fu decisa un’operazione di rastrellamento in un’area da noi pattugliata di Mogadiscio. Eravamo una compagnia meccanizzata e dovevamo “cinturare” una zona precisa: nessuno sarebbe dovuto entrare o uscire dal perimetro di perlustrazione. Quindi ci venne detto di rientrare, (noi eravamo a Balad, a circa trenta km da Mogadiscio): l’operazione era terminata. Ma sulla strada del ritorno, fummo richiamati: c’erano problemi al Checkpoint Pasta». È il tenente colonnello Paglia a ricostruire quelle ore convulse: ore di un’azione militare che ha messo a rischio la sua stessa vita (il paracadutista fu colpito da tre pallottole, di cui una al polmone che causò un’emorragia interna, e una al midollo che gli avrebbe provocato danni permanenti). Ore che avrebbero segnato il destino di quella missione italiana in Somalia. Ore di decisioni febbrili: una parte del contingente rientrò a Balad, una parte tornò nella zona del pastificio. Ore in cui, all’improvviso, da una prima azione di rappresaglia ordita con donne e bambini del quartiere, a colpi di sassi, si è passati all’offensiva dei miliziani somali, che hanno aperto il fuoco contro i militari italiani. «Uno dei nostri mezzi fu colpito da un missile controcarro», ricorda Paglia. «Morì il paracadutista Pasquale Baccaro, e ci furono molti feriti». Bisognava rispondere al fuoco e portare in salvo i militari colpiti, specie quelli più gravi. Nel frattempo, però, i soldati italiani continuavano ad essere bersaglio del fuoco dei miliziani che si nascondevano tra la popolazione e tra le case. Prima della fine di quella giornata di sangue, l’agguato, tra i più cruenti, lascerà sul campo anche il Sergente Maggiore incursore Stefano Paolicchi, e il sottotenente Andrea Millevoi, colpiti a morte da una raffica di mitra. In quello stesso agguato, Gianfranco Paglia fu dato per spacciato: ricoverato tra i feriti più gravi, avrebbe perso l’uso delle gambe. Un sacrificio, il loro, a lungo trascurato. Tanto che nel 2006 fu l’allora deputato Marcello De Angelis a chiedere per primo al presidente della Camera Gianfranco Fini un ricordo istituzionale dei caduti di quella missione. Perché questa considerazione minore: ci fu un’attenzione mediatica sbagliata? «Credo – prova a dare una risposta il diretto interessato, il tenente colonnello Paglia – che quello di cui stiamo parlando fosse semplicemente un periodo della storia complicato. Quello dell’agguato del Checkpoint Pasta fu il primo grosso evento bellico. Il cambiamento nella percezione reale di accadimenti di questo genere sarebbe avvenuto solo dopo Nassirya: è da lì che si è sensibilizzata la coscienza dell’opinione pubblica su una materia così delicata come quella delle missioni militari nello scacchiere bellico internazionale. È da lì che si è cominciato a capire che che ci sono tanti servitori dello stato che rischiamo la vita, il cui sacrificio va ricordato sempre». Accanto a quella che è stata la vita spesa nell’ambito di un’azione umanitaria in un territorio difficile, a rischio. «Un’attività – ha rimarcato il tenente colonnello Paglia – «di cui purtroppo si sa quasi nulla. Io dico sempre che i soldati in missione in un braccio indossano il fucile, nell’altro la bottiglietta d’acqua: per cercare di far capire che nelle missioni internazionali si lavora alla creazione di ospedali militari; si porta soccorso ai bambini. Si aiuta la popolazione civile. Per questo credo che, oltre al sangue delle nostre vittime, andrebbe ricordato anche il sudore speso in vita». Un ricordo dovuto che dovrebbe essere al centro delle cerimonie commemorative, e delle decisioni geopolitiche, spiega Paglia: «Interrompere una missione, come fu fatto con la Somalia, significa lasciare dei nodi irrisolti che presto o tardi tornano a ripresentarsi. Le missioni non possono essere condotte col cronometro alla mano: la storia dimostra che ciò che abbandoni, poi ti si ritorce contro: oggi Mogadiscio è una base terroristica a cielo aperto che rappresenta un problema mondiale. Per non parlare della piaga pirateria attiva in quella zona».