Tutti i colori del nero. L’estrema destra (e la destra italiana) in un libro di Guido Caldiron

Strano destino quello della destra italiana, almeno così come viene trattata dalla pubblicistica: o è “estrema” o è emanazione del berlusconismo. La prima fotografia è quella ricostruita da Guido Caldiron nel suo ultimo libro “Estrema destra” (Newton Compton), la seconda visione è quella di Antonio Polito nel suo pamphlet “In fondo a destra” (Rizzoli). Come la giri la giri, insomma, la destra di derivazione missina e poi confluita in An e quindi entrata nelle file del Pdl non appare più soggetto così egemone da influenzare studiosi e commentatori che si occupano dell’arcipelago destra, non è più l’archetipo dal quale enucleare le nuove tendenze o, per dirla con il titolo di un capitolo del libro di Caldiron, al quale fare riferimento per descrivere “tutti i colori del nero”. Quello di Caldiron è una specie di catalogo generale dei gruppi dell’estrema destra in Europa, una mappa che fa apparire il fenomeno a grandi pennellate prima ancora di fornirne una chiave interpretativa: è così che si salta da Alba dorata a Marine le Pen, dal Ku Klux Klan a Breivik, dalle truppe di Storace alla cinghiamattanza di CasaPound. Fenomeni di cui non si colgono le specificità ma i tratti comuni: xenofobia, avversione all’Islam e l’idea di fondo che occorre muovere guerra ai nuovi assetti del “mondialismo” (ciò che comunemente chiamiamo globalizzazione).

Occasione sprecata da parte dell’autore – cui non mancano le giuste categorie interpretative – per distinguere tra ciò che era la vecchia destra, caratterizzata dal richiamo romantico ai fascismi europei, e ciò che è la nuova, sostanziata da una rabbia dilagante frutto di una recessione inarrestabile.  Senza contare che, nel passaggio dalla vecchia alla nuova, molti elementi si sono persi per strada, a cominciare dal richiamo alla tradizione come asse di derivazione di valori spirituali che avrebbero reso impossibile ad un Evola, ad esempio, qualsiasi rigurgito anti-islamico. O come la visione europeista che, anche storicamente e letterariamente, individuava comuni radici del Vecchio Continente incompatibili con ogni forma di nazionalismo esasperato.

Ma veniamo alla destra italiana. Possibile che Caldiron possa mettere insieme nel suo catalogo delle destre estreme il razzismo violento e i campi Hobbit? “Accolgo – dice l’autore – la critica secondo cui il libro è generico, un fattore voluto visto che il metodo è descrittivo e orientativo, come quando si disegna una mappa, anche se io ravviso un senso comune nei fenomeni da me elencati e che rimanda a una riscrittura dei diritti in modo più restrittivo, per dare la precedenza agli italiani e lasciare indietro gli immigrati. Ma io non ignoro che su questo già nel Msi convivevano sensibilità diverse e che già nei primi anni Novanta in tanti non volevano seguire la deriva xenofoba. Se oggi però è prevalente un linguaggio lepenista io non posso che prenderne atto così come prendo atto che questi atteggiamenti vanno incontro a un comune sentire, per cui poi proprio queste destre sono quelle che prendono i voti mentre altri esperimenti, tipo la modernizzazione finiana, sono finiti malissimo”.

Caldiron dunque si muove lungo la linea di confine dell’estremismo ma non è illogico domandarsi se l’oggetto del suo studio possa essere ancora definito neofascismo: mancano a queste neodestre xenofobe alcuni tratti che furono invece tipici del neofascismo del dopoguerra, dall’idea di ricostruire il senso dello Stato al forte anticomunismo unito culturalmente a parole d’ordine contro ogni filosofia materialista e contro le degenerazioni del capitalismo. Perché allora tirare in ballo il fascismo? Per agitare ancora lo spettro del pericolo fascista?. “Non parlerei di pericolo fascista – ammette Guido Caldiron – io penso che ciò che è veramente cambiato negli ultimi anni ha a che fare con il fenomeno della globalizzazione che sta producendo a destra una politica complessiva segnata da miti identitari come possibile via di fuga da questo stato di cose”. C’è del vero in questa analisi ma in fondo ciò che Caldiron descrive è un’ulteriore forma di populismo che, sposandosi con le paure e con il disagio di larghi strati della società, ottiene consensi ma resta molto al di sotto di una cornice ideologica di riferimento. Parliamo di pulsioni e non di progetti. E nel momento in cui sono le prime e non i secondi ad attirare l’attenzione di chi scrive libri occorre chiamare in causa anche la mancata funzione “pedagogica” della destra istituzionale nei confronti di ciò che stava ancora più a destra. Un problema non da poco, perché la globalizzazione non è vista come una minaccia solo dall’estrema destra ma anche dagli antagonisti di sinistra, e anche in questi ultimi la risposta è, se non la guerra contro l’alta finanza, almeno la guerriglia…