Privatizzazioni, il governo fa sul serio? Letta dice che presenterà un piano «importante»

Ha atteso il suo viaggio in Grecia, Enrico Letta, per annunciare l’avvio in autunno di un «importante piano di privatizzazioni». Quell’ «importante» sta  a significare che  le intenzioni del governo dovrebbero essere serie. Ma Letta non ha voluto aggiungere una parola di più.  «Ora non sono in grado di dire che cosa e quanto. Non voglio dare adito a speculazioni: ci lavoreremo fra agosto e settembre».  L’unica cosa che il presidente del Consiglio ha voluto aggiungere è che il  piano di dismissioni del governo  sarà  largo. «Lo presenteremo e ne discuteremo con tutti, ne ho già cominciato a parlare con le parti sociali».

Il riserbo di Letta è più che comprensibile. Sul tema delle dismissioni del patrimonio pubblico c’è troppa animosità tra le forze politiche. Ne sa qualcosa Saccomanni, il quale,  per il solo fatto di aver alluso un decina di giorni fa alla possibile cessione  di quote di Eni ed Enel, s’è visto accusare da Beppe Grillo di voler vendere l’«argenteria di famiglia». E un coro di critiche s’è levato da vari settori della sinistra italiana. L’accusa classica, parlando di dismissioni, è quella della «svendita». È un classico caso di riflessi pavloviani. Basta pronunciare la parola «privatizzazioni» che subito i dietrologi si scatenano, riproponendo il solito scenario preconfezionato: quello dei poteri forti pronti a lanciarsi sul malloppo e a fare strame della povera Italia. Questa pulsione al complottismo è risultata moltiplicata dall’avvento del grillismo, che, a dispetto del suo sbandierato nuovismo, ha riproposto i più vieti luoghi comuni della Prima e Seconda repubblica. Poi, certo, un conto è dismettere una caserma in disuso,  un altro è cedere quote di asset strategici come Eni e Finmeccanica. Ma nessuno, tra i tanti che intervengono sull’argomento, ricorda la semplice verità che il  controllo politico su quello che rimane delle società a partecipazione pubblica è spesso fonte di sprechi e , in molti casi, anche di corruzione. Il riserbo di Letta ci risparmia se non altro un inutile tormentone estivo. Nella speranza che poi, come promette il premier, il piano sia veramente «largo» e che consenta alla politica economica di avere qualche margine in più di manovra. Perché, privatizzazioni serie e convenienti, vogliono dire, normalmente, meno tasse.