Boiata o capolavoro? A Cannes la “Roma decadente” di Sorrentino spacca la critica. Ma la sinistra s’inginocchia

Paolo Sorrentino arriva a Cannes, per la quinta volta consecutiva, ed è subito clamore. La curiosità legata a questa sua ultima creatura di celluloide, di cui si vociferava già quando ancora si stava lavorando al montaggio. Le ardite dissertazioni comparative tra archetipi letterari (Dostoevskij, Céline, Flaubert e Flaiano) e omaggi cinefili (Roma e La dolce vita di Fellini). Le indiscrezioni epicizzate da anticipazioni sul web e voci dal set, hanno contribuito a creare intorno a La grande bellezza un’aura di mistica attesa, prosaicamente ridimensionata e tradotta nei responsi critici di oggi, che hanno disatteso o confermato i vaticini estetici preannunciati in fase di sceneggiatura o durante le riprese. Confermando un dato: ancora una volta Sorrentino, il Woody Allen de’ noi antri, che convince sempre all’estero e più discontinuamente da noi, divide salomonicamente la critica tra chi lo osanna e chi è indotto a storcere con diffidenza il naso. L’intellighenzia dei salotti democrat, da quelli televisivi di Fabio Fazio e colleghi, a quelli capitolini di tendenza radical chic, non a caso portati sotto i riflettori nel suo ultimo film, tende a indicare in lui il portavoce delle istanze intellettuali di un microcosmo culturale che è quello che detta legge artistica e codici modaioli non scritti in materia autoriale. Il resto del mondo critico, unito a quella fetta di opinionisti non ascrivibili a nessuna scuola di pensiero, invece, si conferma una volta di più incline a leggere nei titoli del cineasta napoletano intenzioni incompiute, omaggiate comunque da una sopravvalutazione del suo talento registico. Un quadro dai chiaroscuri incredibilmente netti che oggi, all’indomani della presentazione de La grande bellezza sulla croisette, (unico film italiano in concorso), trova spietata corrispondenza nelle recensioni e valutazioni dedicate al suo film: unico comune denominatore tra chi esalta e chi stronca è l’unanime riconoscimento della magistrale interpretazione di Tony Servillo nei panni di Jep Gambardella, ideale erede del Mastroianni de La dolce vita. E allora, a sfogliare stampa estera e quotidiani nazionali, c’è chi approva senza riserve Sorrentino e il suo lavoro con titoli a cinque colonne, e chi boccia senza recupero online. Così, se sul britannico Guardian l’articolista, promuovendo i brevi cenni sull’universo sublimati nel film, scrive che «La grande bellezza, come la grande tristezza, può significare amore, sesso, arte o morte», sul web il sito de Linkiesta parafrasa emblemticamente Fantozzi e titola: «La grande bellezza di Sorrentino è una boiata pazzesca», argomentando all’interno del pezzo come «tra La dolce vita e La grande bellezza ci sia lo stesso rapporto che intercorre tra la carriera militare di Napoleone e il gioco del Risiko». A latere, poi, tanti giudizi tiepidi che se non disprezzano, di sicuro non comprano. Ora la parola passa ai giurati, per l’incoronazione – o la detronizzazione – festivaliera.