Non vogliamo il presidente della partitocrazia, ma quello degli italiani

Entriamo nella settimana cruciale. Giovedì o, molto più probabilmente, nei giorni successivi – nessuno riesce ad ipotizzare quando – avremo il nuovo presidente della Repubblica.

Frattanto un’orgia di nomi si ammassa nelle teste dei “grandi elettori” e sui nostri poveri destini. Una guerra senza esclusioni di colpi. Stilettate in puro stile rinascimentale che ricordano i Conclavi del Quattro-Cinquecento. Autentiche bande di partitocrati si disputano le spoglie del Quirinale come se fosse cosa loro. Consumano vendette bruciando questo e quello. Annunciano nuovi assetti nascondendosi dietro la candidatura di tal dei tali. I racconti dell’elezione al seggio pontificio di Innocenzo VIII Cybo, di Alessandro VI Borgia, di Pio III Piccolomini, di Leone X de’ Medici – soltanto per ricordarne qualcuno – rendono pallidamente lo squallore che circonda l’elezione del capo dello Stato: questi nostri rappresentanti, per loro fortuna, non possono essere accusati di simonia. Ma vendersi la pelle dello Stato in cambio del potere, è qualcosa che le assomiglia molto: una simonia laicizzata e secolarizzata, si potrebbe dire.

E’ accaduto quasi sempre, intendiamoci. Ma a nessuno prima d’ora era venuto in mente di scambiare il Quirinale con Palazzo Chigi inaugurando una sovrapposizione di organi costituzionali indecente che dà il senso della rovinosa caduta dello Stato. Altro che riforme. C’è bisogno di ben altro. Occorre una rivolta morale delle coscienze degli italiani incanalata verso nuovi partiti politici formati da persone perbene, dedite al servizio della cosa pubblica, disinteressate dei loro affarucci, consapevoli ed informate, preparate e trasparenti. Abbiamo, invece, mercanti di vacche che dovranno scegliere colui (o colei) che reggerà lo Stato e rappresenterà l’unità nazionale. Ma come, in che modo?

Non basta essere eletti per assumere l’aura dell’intoccabilità. Sopratutto se l’elezione è il frutto di bassi compromessi.

Ma li vedete i “candidati”? Non ce ne uno che si elevi al di sopra di standard minimi di presentabilità. Ognuno è segnato da una tabe politica che non lo rende funzionale al ruolo che dovrebbe andare a ricoprire. Si dirà: ma sono esseri umani. E chi vorremmo noi, forse degli dèi? Non diciamo sciocchezze. Il presidente verrà scelto a seconda delle convenzienze partitiche. Anzi delle correnti che prevarranno negli stessi partiti. E questo è insopportabile.

Ogni sette anni assistiamo a questa losca sagra del mercimonio: tranne alcune eccezioni, i capi dello Stato dello Stato sono sempre stati eletti grazie ad inciuci piccoli o grandi che comunque si aveva il pudore di consumare nelle segretete stanze, soltanto a cose fatte venivano resi noti. Ma oggi, non dà il voltastomaco vedere gente anche rispettabile “usata” dai soliti noti per salvaguardare interessi politici che nulla hanno a che fare con quelli dei cittadini?

Ci fosse una destra seria, forte, riconoscibile lancerebbe in questo contesto degradato una grande battaglia per l’elezione diretta del presidente della Repubblica. Il destino ha disposto diversamente. E di quella forza politica che dal 1948 si batteva perché gli italiani scegliessero liberamente il loro “decisore” si sono perse le tracce.

E’ comunque tempo che i cittadini vengano messi nelle condizioni di mandare al Quirinale il loro rappresentante  senza intermediazioni partitocratiche. Quanto meno si eviterebbe di trovarsi immersi in una maleodorante palude nella quale affondano perfino le più nobili idee.

Sì, Repubblica presidenziale contro la Repubblica dei partiti, degli oligarchi, degli affaristi. La Repubblica degli italiani, finalmente. Un sogno antico che ritorna davanti allo scempio di questa settimana di intrighi e di congiure.