È ormai matura la stagione del presidenzialismo (anche con il contributo di Napolitano)

Tre giorni all’alba. Tanti ne mancano all’avvio delle votazioni per il nuovo presidente della Repubblica. L’auspicio è che l’alba spunti presto e ancor più presto rischiari un panorama politico plumbeo e confuso come non mai. In verità, lo scontro tra i partiti e nei partiti non autorizza che qualche vago auspicio e non lascia intravedere che quelle buone intenzioni, di cui solitamente è lastricato l’inferno. Per il resto, tutto lascia prevedere che difficilmente il Parlamento in seduta comune riuscirà ad emulare in celerità il recente conclave e a dare subito il segnale di fumata bianca.
È persino ovvio sottolineare il valore politico sotteso all’elezione del capo dello Stato. Non in questo caso, però, e per una serie di motivi che non sarebbe saggio lasciare senza risposte anche alla luce della mutata percezione dell’istituzione Quirinale presso l’opinione pubblica. Del resto, il vero motivo per cui gli ultimi due presidenti, Ciampi e Napolitano, hanno ampiamente staccato nei sondaggi anche i leader politici va ricercato nella mirabile flessibilità con cui hanno adeguato il proprio ruolo alle modifiche via via apportate alla Costituzione materiale dal bipolarismo, dall’indicazione del premier, dalla democrazia referendaria, dall’integrazione europea, dalle pulsioni federaliste e, per ultimo ma non ultimo, dal protagonismo giudiziario. Di questi filoni, solo uno, quello federalista, ha trovato accoglienza nella Carta del 1948. Tutti gli altri, no. E se questa situazione di iato e quindi di vuoto tra regole fondamentali e prassi politica non è (ancora) deflagrata in forme inaccettabili e pericolose lo si deve essenzialmente al ruolo di supplenza esercitato dal Quirinale, il cui interventismo è riuscito finora ad assicurare un equilibrio, precario finché si vuole ma comunque equilibrio, tra la Costituzione formale e quella materiale.
È un processo lungo, non lineare e, soprattutto, non guidato. Da questo punto di vista, la storia della revisione della Costituzione è un cimitero di bicamerali tutte miseramente fallite dopo aver suscitato infuocati dibattiti e grandi aspettative. Comunque sia, la presidenza della Repubblica è un’altra cosa rispetto al passato. Già Pertini le conferì un connotato popolare assolutamente sconosciuto nella Prima Repubblica. Poi fu la volta di Cossiga che, con insuperata lucidità, mise a nudo negli ultimi due anni del suo mandato la fatiscenza delle istituzioni. Scalfaro, invece, fu un restauratore velenoso, al limite del golpismo: interpretò la centralità del Parlamento per modificare e mortificare la volontà dei cittadini.
Il settennato di Napolitano, e prima ancora quello di Ciampi, ha infine confermato che chi abita al Colle non è più un autorevole taglianastri o un profeta disarmato, cui è concesso esternare o inviare messaggi alle Camere. È la recente, tormentata, storia degli ultimi quindici mesi a dimostrarlo. Il governo Monti reca un’impronta genetica molto più assimilabile al semipresidenzialismo francese che al parlamentarismo tuttora vigente in Italia. Ha infatti visto la luce per iniziativa presidenziale, così come tutti i recenti momenti di snodo della politica nazionale. Persino l’interfaccia con le cancellerie diplomatiche è stato di fatto accentrato presso il Quirinale. La progressiva delegittimazione del sistema dei partiti con il consequenziale arretramento del loro raggio d’azione ha favorito l’interventismo del Colle. Diciamolo fuori dai denti e dai convenevoli anche a costo di scandalizzare gli interessati tifosi della “Costituzione più bella del mondo”, sempre solerti a difenderne la lettera ed ancor più pronti a disattenderne lo spirito, la nostra forma di Stato è attualmente sospesa tra l’opzione parlamentare e quella semipresidenziale. È una situazione che non può durare pena l’avvitamento e l’implosione dell’intero sistema politico.
Ecco perché non si esagera e non si è lontani dal vero se si dice che fra tre giorni il Parlamento non sarà chiamato a celebrare un rito uguale a tanti altri consumati in precedenza, ma dovrà avere la consapevolezza di trovarsi di fronte ad un bivio. Un bivio la cui posta in gioco non riguarda solo la pur rilevantissima questione del governo e del futuro della neonata legislatura, ma abbraccia per intero il destino stesso delle istituzioni repubblicane. Non rendersene conto fino in fondo, rischia stavolta di essere davvero fatale per la nostra democrazia.