Dal Senato arriva il “no” bipartisan alle dimissioni della Mangili. Uno schiaffo ai metodi “talebani” di Grillo

Non riesce a dimettersi. Sfiorata dall’ombra di parentopoli (ha un marito consigliere del movimento Cinquestelle), Giovanna Mangili ha deciso di rinunciare allo scranno del Senato. Sarebbe stata favorita dal marito, Walter Mio, consigliere comunale a Cesano Maderno. Fresca di elezione, la grillina ha presentato le dimissioni che sono state respinte dall’aula di Palazzo Madama. Con 180 no, 57  sì e 8 gli astenuti, la maggioranza dei colleghi ha deciso che la senatrice milanese dovrà restare inchiodata lì. Paradossi della politica italiana. Dopo aver letto le sue motivazioni con un pizzico di emozione, al fianco il capogruppo star, Vito Crimi, è arrivato il verdetto che probabilmente non si aspettava. Ha spiegato che la sua scelta è dettata da ragioni personali  ed «è maturata nella massima libertà e autonomia e, anzi, le fantastiche persone che fanno parte del mio gruppo hanno tentato di convincermi a restare dimostrandomi affetto e protezione».  Niente da fare: la risposta dell’Aula è stata netta: non deve andarsene  perché sarebbe stata manipolata da altri. Si ipotizza, insomma, che il comico genovese l’abbia consigliata di fare le valigie con i suoi tradizionali metodi democratici, come ha fatto per altri personaggi femminile che hanno osato andare in televisione senza il suo permesso  (o con me o fuori dal movimento). «È davvero inquietante la scena a cui abbiamo dovuto assistere. La parlamentare ha dovuto leggere su un foglio, come se fosse un discorso preparato, il perché di questo suo gesto – ha dichiarato Maurizio Gasparri – il Senato è un luogo di libertà in cui ognuno può esprimersi e assistere a scene di questo tipo è davvero preoccupante». Crimi si dice costernato «dalla crudeltà  dimostrata in questa aula nei confronti di una persona che sta cercando di esercitare un suo diritto, quello di rinunciare a un mandato». Certo, si dirà, il fido capogruppo grillino segue gli ordini di scuderia. Morale: la Mangili non può liberamente decidere di uscire come desidera dal cul de sac delle accuse di inciuci e parentopoli brianzole avanzate dagli stessi compagni di partito. Niente male come inizio legislatura.