Viespoli: «Presidenzialismo? Decida un referendum»

Mentre al Senato la legge elettorale è ancora in alto mare, oggi arriva in aula una proposta che se approvata potrebbe cambiare le sorti della prossima legislatura e gli assetti costituzionali per volontà popolare. Grazie a un referendum. «L’elezione della Costituente, con il contestuale referendum di indirizzo tra semipresidenzialismo e premierato forte o attuale assetto, può far tornare centrale la sovranità popolare nella costruzione della repubblica del futuro». Pasquale Viespoli, presidente dei senatori di Coesione nazionale e relatore, assieme a Francesco Rutelli, del ddl “Commissione per la revisione dell’ordinamento della Repubblica”, nel giorno del voto a Palazzo Madama mostra un cauto ottimismo: «Spero che l’aula approvi la proposta, in questa maniera si dà al Paese un segnale importantissimo. Se invece lo boccia rappresenta un’ulteriore occasione persa per tutti».

Senatore, nel dettaglio che cosa prevede la proposta?

Quella iniziale prevedeva l’elezione dell’Assemblea costituente che doveva redigere il testo e, poi, lo doveva sottoporre a referendum popolare confermativo, qualunque fosse stata la maggioranza che lo votava. Ma in commissione Affari costituzionali è stato introdotto il referendum d’indirizzo sulla forma di governo. Un meccanismo che inverte l’ordine delle cose…

In che senso?

Col referendum d’indirizzo la sovranità popolare si esprime all’inizio del processo costituente. In sostanza, gli italiani sono chiamati a scegliere che tipo di repubblica vogliono. Si tratta di un passaggio importantissimo.

L’Assemblea costituente che fine fa?

Cambia la denominazione ma resta d’elezione popolare e l’organismo che si elegge è una commissione con funzioni redigenti. Definisce la proposta e la presenta a Camera e Senato che possono approvarla o respingerla, ma non emendarla. Se l’approvano con la maggioranza stabilita dall’articolo 138 della Costituzione si chiude la partita. Se la maggioranza è inferiore si dà voce al referendum confermativo. Quindi, il processo inizia col referendum d’indirizzo e si potrebbe chiudere col referendum confermativo nelle ipotesi stabilite dall’articolo 138 della Carta.

Da quante persone è costituita la Commissione?

Da novanta membri e i costi di funzionamento sono a carico di Camera e Senato.

Nel referendum d’indirizzo gli italiani decidono quale forma di governo vogliono. Qual è il quesito al quale devono rispondere?

Nel testo sono previste due soluzioni: «Ritenete voi che, in sede di revisione costituzionale della forma di governo parlamentare, si debba preferire la forma di governo del Primo Ministro ovvero la forma di governo semi-presidenziale?». Poi, in sede di emendamento sarà inserita la terza opzione cioè la conservazione dell’attuale assetto.

Ci sono i tempi tecnici perché la proposta possa diventare legge?

No, perché è stata calendarizzata in ritardo. È importante però che il percorso arrivi a conclusione al Senato, perché così si “prenota” la priorità costituente nella prossima legislatura. La procedura di ripescaggio darà priorità al provvedimento. Ma al di là dell’esito procedurale, c’è un dato importantissimo: per la prima volta si è individuato lo strumento per definire quale tipo di repubblica vogliono gli italiani. Con una battuta potrei dire: la proposta è fuori dai tempi tecnici, ma è dentro il tempo storico.

In che senso?

I tempi sono maturi per avviare finalmente un processo di modernizzazione della Costituzione italiana. Il tema colpevolmente non è stato affrontato mai in maniera organica. C’è bisogno di individuare un luogo dove sia possibile fare la revisione organica della Carta, a partire dalla forma di governo, per passare alla forma di Stato e alla revisione del Titolo V. E per finire all’Europa. Tanto per indicare delle priorità. In sostanza, dobbiamo recuperare la partecipazione e il protagonismo dei cittadini nella costruzione della repubblica del futuro.

Il ddl costituzionale fa proprio l’appello contenuto nella petizione “Scegliamocilarepubblica”…

È vero, numerosi intellettuali hanno fatto un appello alla classe politica che noi almeno in parte abbiamo recepito a partire dal referendum d’indirizzo.

Ma alla fine è più la soddisfazione o il rammarico?

Ad essere sincero, qualunque sarà l’esito del ddl, il rammarico resterà comunque.

Perché?

L’ultima parte della legislatura poteva e doveva essere utilmente dedicata alla riforma costituzionale, come un’occasione per rivalutare una fase difficile, per non dire peggio, della politica e delle istituzioni e dei rapporti tra cittadini politica e istituzioni. Anche perché c’è il rischio di un’involuzione, di un ritorno al passato. La lunga transizione italiana non approda a un traguardo di modernizzazione senza le riforme indispensabili per la qualità delle istituzioni e del processo decisionale e per la competitività del sistema Paese. Nell’epoca del tempo reale ci riduciamo alla finzione decisionale se non riduciamo il numero dei parlamentari, se non superiamo il bicameralismo perfetto e se continuiamo a mantenere una forma di governo e di Stato assolutamente inadeguata. Quel che accade sulla legge elettorale è esemplificativo. Una legge elettorale dovrebbe seguire una scelta di sistema, altrimenti si cambia il termometro ma resta la febbre.