Una caccia alle streghe che ebbe inizio con Renzo De Felice

Esattamente vent’anni fa. Inizio autunno 1992. Era appena uscito il mio libro dedicato a Edgardo Sogno: «L’altro italiano. Sessant’anni di antifascismo e di anticomunismo». La presentazione a Milano era andata benissimo. Ovvio. La casa editrice era la Ares, che più milanese non si può. A Torino, la città di Sogno, ancora meglio. Il più importante libraio torinese, Fogola, aveva letteralmente riempito tutte le vetrine del mio libro, e, alla presentazione, in prima fila c’era nientemeno che Gianni Agnelli. Sì, l’Avvocato. Ma a Roma? Chi chiamare a Roma? Fu allora che Cesare Cavalleri, il mio editore, ebbe un’ispirazione: Renzo De Felice. Accettò. Fu una serata indimenticabile. Alla Stampa Estera. Alti ufficiali, giornalisti di tutti i Paesi, ambasciatori (Sogno era pur sempre stato un diplomatico di carriera). Ma l’intervento più seguìto, più applaudito, fu il suo, quello di De Felice.
Il muro di Berlino era crollato tre anni prima. E incredibilmente, i protagonisti del grande dibattito apertosi anche in Italia dopo quell’evento, erano quasi esclusivamente «loro», cioè i comunisti o gli ex comunisti, pentiti della prima o dell’ultima ora, gli stessi che da sempre avevano animato il discorso culturale con l’invito a “capire” (“capire” la rivolta giovanile, “capire” la devianza, “capire” il terrorismo, “capire” la delinquenza). Ora che, finalmente, la grande impostura era crollata e giaceva, nuda e inerme, sotto gli occhi di tutti, compresi i nostri comunisti, era giusto che continuassero a discuterne soltanto coloro i quali, in buona o cattiva fede, vi avevano creduto? No, era giusto, invece, dare la parola a un protagonista che il comunismo aveva sempre denunciato e combattuto. Occorreva finalmente ripercorrere il lungo viaggio attraverso il comunismo senza le lenti deformanti dell’ubriacatura di sinistra.
De Felice riconobbe che Edgardo Sogno, da poco uscito da una feroce persecuzione giudiziaria, aveva tutto il diritto di intervenire sull’argomento. Perché era un eroe della prima e della seconda Resistenza, perché fin dal 1970 aveva proposto la Seconda Repubblica e la revisione di una Costituzione che giudicava troppo caratterizzata in senso comunista, perché se c’era uno che avrebbe avuto il diritto di prendere la parola dopo il novembre ’89, quello era lui. Ma nessuno gliela dava. Anche in quell’occasione, De Felice sfidò la “vulgata” che continuava a considerare Sogno un “golpista” mancato, mentre era stato, ed era, un italiano riuscito.
Ebbi nuovamente modo di apprezzare ed ammirare De Felice tre anni dopo, quando, nel 1995, uscì, presso Baldini & Castoldi, il libro, da lui scritto con Pasquale Chessa, «Rosso e Nero», nel quale mostrava di condividere la tesi della «pista inglese» nell’assassinio di Mussolini e della Petacci, che io avevo avanzato per la prima volta l’anno prima con una serie di servizi giornalistici su “La Notte”, su “Noi” e su “L’Italia Settimanale”, che si sarebbero poi concretati nel libro dal titolo, appunto, «La pista inglese». Gli telefonai. Gli chiesi se aveva potuto reperire una documentazione che avrebbe rafforzato definitivamente le mie congetture, basate su esclusioni, su ragionamenti, su “due più due fa quattro”. «Mi lasci lavorare», fu la risposta. Non ne ebbe il tempo. La morte lo colse il 25 maggio dell’anno seguente, il 1996, ad appena 67 anni d’età, impedendogli di portare a termine l’ultimo volume della grandiosa opera dedicata alla figura e alla storia di Mussolini, iniziata, per conto dell’editore Einaudi, con «Mussolini il rivoluzionario», e terminata con l’ottavo volume, incompleto e postumo, dal titolo «Mussolini l’alleato. La guerra civile».
Con quell’opera gigantesca e completa, De Felice ha insegnato a tutti gli storici come vada scritta la storia, come lo storico debba essere “super partes”, nulla nascondendo ma non esitando a contrastare e a smentire le leggende nate dal fanatismo e dalla parzialità. Un esempio per tutti: nel quinto volume della sua opera, dal titolo «Mussolini il Duce. Lo Stato totalitario», dedicato agli anni cruciali e decisivi del regime fascista, tra la fine della guerra d’Etiopia e l’intervento nella Seconda guerra mondiale, De Felice ricostruisce gli eventi con dovizia di particolari e continui riferimenti alle loro ripercussioni interne, il che gli consente di comporre le vicende di quegli anni in un quadro in gran parte nuovo o misconosciuto. Formidabile la vastissima documentazione, edita e inedita, di cui – in quello come negli altri volumi della serie – egli si serve per guidare il lettore a scoprire le più segrete vicende della politica interna ed estera.
Laureatosi sotto la guida di Federico Chabod, grande storico liberale, Renzo De Felice firmò, nel 1956, il «Manifesto dei 101» contro l’appoggio dato dal PCI (cui pure, da giovanissimo, era stato iscritto) all’invasione sovietica dell’Ungheria. Ciò gli valse l’inizio dell’isolamento e della emarginazione ad opera della marea intellettuale che prenderà definitivamente le distanze da lui con l’uscita, nel 1975, della imperdibile «Intervista sul fascismo», scritta con Michael Ledeen. Non gli perdoneranno mai l’avere affermato che il fascismo fu un movimento di sinistra e non di destra, che godette ininterrottamente del consenso popolare, che, pur avendo commesso il tragico errore dell’antisemitismo, non può essere definito il male assoluto. Eppure, è il revisionismo, bellezza!
E lo storico non può non essere revisionista. Vero, amici de «La Grande Storia», che, qualche giorno fa, in TV, avete osato contraddire la “vulgata” che vuole Mussolini e Claretta uccisi la mattina, e non il pomeriggio, del 28 aprile 1945? Per cui le carte che sostengono la versione «pomeridiana» sono dei falsi in atto pubblico? Quando lo scrissi io, nel ’94, mi beccai una condanna a pagare 100 milioni di lire. Per diffamazione.