Nel Pd sono in troppi. Che fare?

Si rischia l’ingorgo. In vista di incidenti e probabili tamponamenti per traffico intenso di candidati, a largo del Nazareno stanno pensando all’arruolamento di una task force di vigili urbani addetti alla circolazione. In casa democratica la notizia non è più lo scontro Bersani-Renzi ma il pullulare di competitor alle primarie. Di cui per ora non si conoscono né la data né le regole di partecipazione. In queste ore Bersani è alle prese con il sudoku del regolamento a partire dal nodo del numero di raccolta di firme per presentare la candidatura (nel 2005 ne occorrevano diecimila). Stando ai rumors mescolati alle dichiarazioni più o meno ufficiali, sarebbero in tanti a farci un pensierino. «Bersani, Vendola, Renzi, Puppato, Civati…sono certo che arriveremo almeno a 10, anzi facciamo a 11 così facciamo la squadra di calcio dei candidati delle primarie…». Beppe Fioroni torna a ironizzare sulla moltiplicazione delle candidature per le primarie chiacchierando in Transatlantico. Oltre al sindaco di Firenze e a Nichi Vendola, in campo fin dalla prima ora (che adesso tentenna in attesa di conoscere le regole della partita), a sfidare il segretario democratico ci sarebbero  Bruno Tabacci dell’Api, che si è già detto pronto a lasciare l’assessorato al comune di Milano non appena formalizzerà la sua candidatura; Stefano Boeri, l’architetto prestato alla politica, anche lui assessore nella giunta Pisapia con delega alla Cultura; Riccardo Nencini, segretario del Partito socialista, anche lui assessore regionale in Toscana; Sando Gozi responsabile delle politiche europee del Pd. Certa, invece, Laura Puppato, l’imprenditrice veneta oggi capogruppo del Pd alla regione Veneto che pesca voti tra le donne e i grillini. Nel 2009 alle europee sfiorò a sorpresa l’elezione con quasi 60mila voti, ben vista da Massimo Cacciari che all’epoca chiese pubblicamente a Luigi Berlinguer di dimettersi da Strasburgo per cederle e il posto. Molto interessato in prima persona alle primarie anche Pippo Civati. Ma anche molto arrabbiato con il partito per come ha gestito questa fase. «Lo dicono in tanti, nel Pd che ci sono troppi candidati alle primarie, solo che c’è un problema, perché la “regolata” se la doveva dare il Pd stesso medesimo a luglio in assemblea nazionale, quando chiedemmo data e regole delle primarie». Sul suo blog si sfoga contro gli elefanti e risponde indirettamente al governatore della Toscana, Enrico Rossi, che via facebook fa sapere che «per dirla in “bersanese” la ditta ha bisogno di una regolata». «All’assemblea di luglio –  ricorda Civati – Rosy Bindi, che ora figura tra i possibili candidati, quell’ordine del giorno non lo fece votare. Ed eccoci qui, a chiederci, due mesi dopo, di darci una regolata: geniale». Civati definisce “geniale” anche il «non sapere ancora di quale coalizione si tratta, perché se non c’è Vendola non c’è più nemmeno la coalizione» e il fatto di «stabilire segretamente le regole tra i due comitati elettorali, senza convocare la commissione Statuto». La verità è che il partito avrebbe bisogno di un timoniere, che non c’è, anche solo per stabilire la rotta per stabilire il prossimo timoniere. Bersani, che per mesi ha preso tempo, ora si trova alle prese con le regole. Tutte ancora da scrivere, decidere, limare. Insieme o da solo? Democraticamente o come un Cavaliere qualunque? «Servono regole chiare», ha ripetuto Vendola che «non è interessato a primarie del Pd» ma del centrosinistra, se ci saranno. Dice di essere confuso dal fatto che i giornali scrivono «primarie del Pd» e fa il finto ingenuo per pressare i compagni di largo del Nazareno. «Vendola ha ragione, il Pd deve chiarirsi» sulle primarie», dice Tabacci per l’occasione alleato con il leader di Sel. Così a metà pomeriggio spunta l’asso dalla manica dell’organizzazione democrat. Tranquilli, compagni, cambieremo lo statuto per contentire la candidabilità anche di chi non si chiama Bersani, dice in poche parole Nino Stumpo che annuncia anche un albo degli elettori del centrosinistra, una norma anti-Cav per evitare l’inquinamento delle primarie (dopo le parole di Berlusconi all’indirizzo di Renzi). «Il 6 ottobre sarà un passaggio importante ma non sarà l’unico – dice il responsabile dell’organizzazione – faremo la nostra parte, quello che ci compete, e poi le regole vere e proprie saranno scritte nel tavolo delle primarie di coalizione». In quella data l’Assemblea nazionale «sarà chiamata a fare una modifica dello Statuto del Pd per consentire ad altri candidati di partecipare alle primarie». E ancora: alle primarie potranno votare tutti i cittadini che sottoscriveranno di voler essere iscritti all’albo degli elettori del centrosinistra «che verrà utilizzato come strumento migliore per la campagna elettorale. Chi non vorrà iscriversi vuol dire che non vorrà votare per la scelta della premiership. Non si vota e non si partecipa –  conclude Stumpo – se non si ha o non si vuole avere la consapevolezza di essere un attore attivo del centrosinistra italiano». Insomma, chi non fa il tifo per il Pd e non lo mette nero su bianco non può mettersi in fila ai gazebo.
La confusione e il nervosismo ai vertici democratici è alle stelle, troppe le incognite, troppi i rischi. Questa volta, a differenza delle primarie-vetri a dei tempi di Prodi, è perfino difficile scrivere le regole su misura del futuro vincitore. Se sono tutte interne al partito, diventa un’esibizione muscolare di capicorrente con il problema di dover poi scegliere le alleanze al di fuori, se sono aperte a tutta la coalizione diventa un guazzabuglio di nomi, candidati e progetti.
Nella base si scherza, i più anziani avvertono «che le primarie siano serie altrimenti perdiamo le elezioni vere» mentre Massimo D’Alema, sempre dietro le quinte, ironizza«basta che non arriviamo a cinquecento candidati». Rosy Bindi è uno di questi. Anche lei prende tempo continuando a dire che ci penserà, che vedrà se ci sono le condizioni per votare Bersani. «Se le primarie sono aperte a tutti lo sono non solo per Renzi», dice l’ex pasionaria del Ppi che dovrebbe sciogliere le riserve a fine mese in occasione della chiusura della convention “Democratici davvero”.  L’unico che continua a macinare chilometri con il suo camper è il Matteo nazionale, che il 26 settembre presentarà la sua Carta di intenti e, preoccupato dalle pressioni del partito da rottamare sugli amministratori locali, chiede a Bersani garanzie sulla «neutralità degli organi dirigenti». Ma dove vive? A Firenze o sulla luna?