Quelli da una botta (di marketing) e via

Quelli a cui basta azzeccare il tema giusto (o frequentare i giri giusti) per diventare guru dei nostri tempi. Dostoevskij de noantri spinti dalla critica compiacente contro la più elementare ragion letteraria. Romanzucoli spacciati per imprescindibili nuove bibbie solo per bassi interessi di casta o di bottega. Nuovi eroi della penna finiti ingloriosamente nel dimenticatoio. Vatti a fidare della letteratura, insomma. Fra gli applausi del pubblico e le recensioni estasiate, il bluff è sempre dietro l’angolo. Intendiamoci, gli scrittori da un solo libro, meteore luminose ma effimere nel cielo della letteratura, non sono roba di oggi. Chi è, per esempio, che ricorda altre opere di Edmond Rostand o di Miguel de Cervantes oltre ai due romanzi basati sulle avventure di Cyrano de Bergerac e Don Chisciotte de la Mancha? Rari casi di ispirazione che se ne va così come è arrivata, seguendo logiche e traiettorie imperscrutabili a noi comuni mortali. Può succedere. A un tratto sei posseduto dal demone. Poi il demone se ne va e tu resti lì, con un capolavoro tra le mani che non ripeterai mai più. Quando episodi simili avvengono nel ben più smaliziato mondo letterario di oggi, invece, l’impressione che dietro i fenomeni troppo pompati vi siano logiche extra-librarie è sin troppo forte. Prendiamo Salman Rushdie, universalmente noto per la fatwa khomeinista contro il suo “The Satanic Verses”, del 1988. Un autore di fama mondiale, quindi. Eppure sarebbe difficile citare su due piedi il titolo di un’altra sua opera di eguale notorietà. E anche del volume inviso agli ayatollah, ben pochi sembrano conoscere qualcosa di più oltre alla vicenda di cronaca che attorno ad esso si è sviluppata. E chi si ricorda, oggi, di Naomi Klein, celebrata paladina del popolo di Seattle con il suo “No Logo”, che contribuì in materia palpabile all’abbassamento vertiginoso degli standard estetici dei no global per poi scomparire dagli scaffali. Si è riciclata fra televisione e qualche rivista patinata, invece, la Melissa P. che qualche anno fa scandalizzò il pudico pubblico italiano con “100 colpi di spazzola” prima di andare a dormire. Un colpo di marketing ben assestato, non c’è dubbio, ma il flop dei successivi romanzi non sembra testimoniare una vena letteraria particolarmente straripante al di là del caso mediatico. Susanna Tamaro, invece, ha potuto sperimentare la volubilità del mondo letterario in entrambi i sensi: acclamata (esageratamente) per il suo zuccheroso “Va’ dove ti porta il cuore” sarà poi linciata (indecorosamente) per i tratti vagamente evoliani di uno dei personaggi di “Anima Mundi”. Della serie: ammorbaci pure quanto vuoi con lo struggimento sentimentale da polpettone ottocentesco, ma non toccare certi temi e certe suggestioni, che altrimenti ti fai male.

Leggi l’articolo in versione integrale sul Domenicale del 17 giugno