La macchina va revisionata non rottamata

Quando nel 1995 a Fiuggi sciogliemmo il Movimento Sociale Italiano ci fu in tutti gli aderenti, sia in chi non condivideva la scelta (pochi), sia in chi l’auspicava  (molti), grande sofferenza interiore. Si chiudeva una storia e anche se se ne apriva un’altra, foriera di aspettative, di speranze e di stimolanti prospettive, la sofferenza fu forte come quando finisce un grande amore. Quando più recentemente si sciolse Alleanza nazionale per dar vita al Popolo della Libertà non si registrarono, invece,  grandi resistenze né si soffrì per l’archiviazione  di un’esperienza politica nata circa 13 anni prima. Eravamo, d’altronde, tutti  consapevoli che nel nuovo contenitore politico nessuno ci avrebbe chiesto di non professare più i nostri ideali, di non perseguire i nostri consolidati valori, di non condurre  le battaglie della destra moderna e riformatrice. Peraltro, già durante gli anni di An avevamo potuto via via constatare sul territorio che gli elettori e le elettrici di Forza Italia e di Alleanza nazionale si assomigliavano, non erano in contrapposizione, anzi nel tempo neppure si notavano differenze. Alleanza nazionale era nata perché il Msi non poteva rispondere alla necessità generalmente avvertita dagli elettori di destra di poter fornire a pieno titolo il proprio contributo alle sorti del Paese intero. Per dirla con un’espressione molto utilizzata, era giunto il momento di togliere dal frigorifero i voti della destra e farli contare.
Credo che nessuno possa misconoscere che, in tal senso, l’operazione An prima e Pdl successivamente abbiano funzionato. I voti di destra hanno contato, gli eletti al Parlamento nazionale,  alle Assemblee regionali e locali hanno potuto partecipare e partecipano ancora in modo decisivo ai governi nazionale, regionali e locali. Nessuno può sottacere che questo sia stato un grande risultato. Altrettanto vero è che nessuno può non vedere, ed in questo quanto sostiene l’amico Marcello Veneziani è condivisibile, che l’esperienza del Pdl si sia appannata e che non abbia funzionato come ci si augurava e  immaginava. Preso atto dunque che il Pdl, dopo la grande vittoria elettorale del 2008 e la sostanziale riconferma alle successive europee e regionali, abbia velocemente perso lo smalto iniziale e non sia stato capace di fronteggiare adeguatamente con il suo governo  la rapida involuzione economica, finanziaria e sociale  determinatasi in tutta Europa e innescata dalla crisi americana, è giusto ed urgente chiedersi cosa fare per rimediare e ripartire. È sul rimedio che la soluzione indicata da Veneziani mi trova  decisamente contrario. La perdita dei consensi e la sfiducia di una fetta importante di elettorato non si arrestano cancellando un partito con un’operazione che rischierebbe di balcanizzare non solo il Pdl ma tutta un’area che non si riconosce nella sinistra e che vuole continuare ad esser alternativa ad essa. Io credo piuttosto che si debba modificare, migliorare la macchina del Pdl, cambiar il rapporto con gli elettori, con chi ci vota o ci voterebbe ancora se solo sapremo ritornare ad essere più credibili. Dobbiamo ritornare tra loro, non comunicando  esclusivamente attraverso i media ed internet, mezzi importantissimi ma che non possono mai sostituire il contatto diretto con i militanti e con il nostro popolo. Da  un partito, caro Veneziani, si esce se si è impediti di condurre da dentro le proprie battaglie ideali o di far valere le proposte in cui si crede, si abbandona se si registra una chiusura ermetica verso una parte o se non si riesce ad innovare la gestione politica. Non mi pare che nel Pdl ci sia stata o ci sia una chiusura per il mondo della destra nè per gli uomini che la interpretano. Ed allora è meglio dar vita a qualcosa di non definito? È consigliabile, per esempio, imprimere una svolta lepenista anche in Italia, rispettabile ma velleitaria come accade in Francia? Io sono del tutto contrario, un sostanziale ritorno al passato o qualcosa che gli assomigliasse sarebbe un errore strategico imperdonabile, che non voglio neppure prendere in considerazione. Dobbiamo guardare con decisione al futuro, andare avanti, lo spirito della destra ci ha insegnato a non abbatterci di fronte alle sconfitte e alle difficoltà. Rifondiamo il Pdl, facciamolo funzionare al centro come in periferia, dove servono dirigenti e militanti appassionati di politica, sì di politica, che è quella che davvero è assente. E per farlo va messa in pista tutta la capacità di coinvolgimento risvegliandoci dal torpore che ci ha contaminato. Serve uno grande sforzo per ritrovare entusiasmo  ascoltando la gente, le famiglie in difficoltà, i nostri imprenditori per ricercare idee nuove senza aver paura di dire che abbiamo anche sbagliato in alcune scelte, che non siamo stati capaci di tradurre in fatti ed atti concreti il programma elettorale del 2008 che, però, nelle sue linee di fondo resta valido. Dobbiamo riconquistare la fiducia degli italiani su quel programma aggiornandolo e adeguandolo alle nuove emergenze, alla nuova complessa e complicata realtà che la globalizzazione prima e quest’Europa sbagliata ci hanno propinato. Dobbiamo, in estrema sintesi, contribuire a contrastare la forza dei mercati che si sono sostituiti alla politica e al rispetto della volontà popolare. Auspico, caro Veneziani, che sia pur inconsapevolmente non si favorisca, attraverso le inevitabili divisioni che si genererebbero lasciando il Pdl, un nuovo avvento delle sinistre al governo del Paese. Quelle sinistre capeggiate dal Pd che vogliono vincere solo per occupare il potere senza offrire alcuna prospettiva di governabilità e stabilità politica all’Italia. Questo è il pericolo che corriamo ed il mondo della destra moderna deve reagire unita con lungimiranza senza lasciarsi attrarre da improbabili ed inefficaci derive nostalgiche che sarebbero un salto nel buio.